Se chiudo gli occhi non sono più qui

Un fotogramma dal film “Se chiudo gli occhi non sono più qui” regia di Vittorio Moroni, nei cinema da giovedì 18 settembre.
A Roma sarà programmato al Farnese, Madison e Nuovo Aquila.

Kiko ha 16 anni. Suo padre, defunto, era italiano.
Sua madre Marilou è filippina.
Vivono con Ennio, il nuovo compagno della mamma, un caporale che sfrutta immigrati clandestini.
Ogni giorno, dopo la scuola, Kiko è costretto a lavorare nei cantieri edili di Ennio.
Sente di vivere nel pianeta sbagliato.
C’è un solo posto dove è possibile sognare: un vecchio bus abbandonato in una discarica che Kiko ha trasformato nel suo rifugio. Un giorno un vecchio amico del padre, Ettore, viene a cambiare il suo destino: lo cerca e si offre di diventare il suo maestro.
Ma quell’uomo nasconde un segreto.

Abbiamo rivolto alcune domande al regista Vittorio Moroni

Il tennistavolo, nella versione non agonistica conosciuta come ping pong, compare in tre importanti contesti del film.
Per giungere alla versione definitiva che vedremo nelle sale, sappiamo che hai operato un lungo e severo lavoro in fase di montaggio, rinunciando anche ad alcune sequenze a cui eri molto legato, eppure hai mantenuto queste tre scene sul ping pong. Vuoi spiegarci i motivi?

Intanto c’è un fattore personale e autobiografico.
Nel film si racconta un adolescente di oggi e nella mia adolescenza il ping pong è stato un importante momento di socializzazione. Inoltre Kiko, il protagonista, è un ragazzo di origini asiatiche e il continente asiatico è un luogo dove questo sport è coltivato con passione e dedizione.
A me serviva narrativamente come occasione di riscatto. Infine mi dava una grande possibilità sul piano visivo: la sfera che sfiora la rete e che sfida millimetricamente il nastro, ripresa in un certo modo può diventare simbolica ed evocativa: può parlare del destino degli uomini e persino evocare le traiettorie celesti dei pianeti nell’universo.
Tutti questi elementi hanno reso imprescindibile per me il ping pong.

Nella foto di scena che pubblichiamo, Kiko appare in una posa plastica e professionale mentre si prepara a servire.
Il giovane attore Mark Manaloto, che interpreta il protagonista, sapeva già giocare a tennistavolo oppure ha ricevuto un addestramento specifico prima delle riprese?

Mark Manaloto, prima di essere scelto per interpretare Kiko, giocava a ping pong in modo rudimentale, senza una tecnica,  usando colpi appresi spontaneamente.
Per interpretare le scene del film si è sottoposto a numerose lezioni con il maestro Marco Marrone, il quale ha insistito molto sulle posture idonee per il servizio, per la risposta, per la schiacciata…
Il processo è stato di decostruzione (smettere di usare le abitudini consolidate) e poi di lenta ricostruzione.
All’inizio naturalmente Mark aveva l’impressione di peggiorare, di non sapere più nemmeno mandare la palla oltre la rete…


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LO STILE POLIMORFO DEL FILM

“Se chiudo gli occhi non sono più qui” è un film polimorfo come l’adolescenza. Si muove tra tre generi e li rimescola.

E’ scritto come un film di finzione e girato come un documentario. Mark, il giovane interprete di Kiko, è stato scelto tra centinaia di coetanei per la sua prossimità e somiglianza con alcuni aspetti del personaggio. Con lui abbiamo lavorato per 5 mesi prima delle riprese, addestrandolo a non fare nulla che non sentisse vero, dandogli la possibilità di modificare movimenti, battute, dinamiche purché gli corrispondessero. Intorno a lui la camera a spalla si è mossa durante tutte le riprese restando disponibile ad essere sorpresa, spiazzata, sfidata dall’incertezza di ciò che poteva accadere. Pertanto c’è un livello della messa in scena che cerca la realtà, che ammette sporcature nei movimenti di camera e nella messa a fuoco, che lascia filtrare la sensazione del pedinamento, della sorpresa, dell’imprevisto. Ma al tempo stesso questo registro si articola con uno più magico e visionario, che tenta di raccontare il tempo interiore di Kiko, la sua devozione per i ricordi del padre, la sua speranza che esistano universi paralleli, curvature di un tempo non lineare, dove ciò che è passato non per forza è perduto. Lo sguardo del film in questi casi si fa contemplativo, incantato, suggerisce un’ idea di realtà non naturalistica. Diviene l’occasione per osservare le cose da prospettive inaspettate, per interrogare la vita da distanze siderali. E l’immensità del firmamento diviene l’ ostinata celebrazione di Kiko della possibilità di viaggiare nello spazio e nel tempo, di recuperare con la fantasia e con le prospettive più ardite della scienza l’affetto paterno perduto.

Infine il film è attraversato da una componente noir: la figura di Ettore, fin dal suo arrivo, porta con sé una quota di mistero che lo rende ambiguo, sospettabile, indecifrabile nelle intenzioni che rivelerà nell’ultima parte del film. Ettore incarna il paradosso di essere “boia” e “salvatore” allo stesso tempo. Il rapporto tra lui e Kiko è continuamente sospeso tra il romanzo di formazione e il sospetto della trappola. Questa frequenza di fondo lo rende ambivalente e inquieto, come il procedere della narrazione.

E’ come se la figura di questo strano precettore ci tendesse una mano e tenesse l’altra nascosta dietro la schiena.

Questa ambiguità è un pungolo sotterraneo ineludibile, una sorta di promessa taciuta e inesorabile.

GENERAZIONE ORFANA
“Ciascuno cresce solo se sognato” Danilo Dolci La condizione di orfano – che per Kiko è un dato di fatto narrativo – vale anche come metafora generazionale. Kiko vive la sua adolescenza oggi, in un periodo storico, in una Italia, dove le generazioni precedenti hanno sottratto la speranza di futuro alle generazioni successive. Kiko, come la sua generazione, si trova non solo senza il padre, ma anche senza maestri, senza punti di riferimento credibili in grado di guidarlo, di aiutarlo a trovare la strada. Nessuna delle persone che si occupano di lui, compresa la madre, è in grado di sognare con lui. Kiko sente di essere solo, gettato in balia di un pianeta ingiusto.

E non può fare a meno, disperatamente, di aggrapparsi alla nostalgia del padre, l’unica persona ad averlo davvero sognato.

Da lui ha ereditato una situazione economica disastrosa, ma anche un tesoro prezioso: il desiderio di alzare gli occhi al cielo e confrontarsi con l’universo, con la grandezza. Ma suo padre è morto e Kiko non vuole rassegnarsi. E questa sospensione, questa impossibilità di sepoltura, è essa stessa una privazione. Rappresenta l’impossibilità di riconciliarsi con il passato e di guardare avanti.

SECONDA GENERAZIONE
Kiko è un’adolescente che appartiene alla cosiddetta “seconda generazione” (è nato in Italia da padre italiano e madre filippina), dunque ha un’ opportunità in più nella definizione della propria identità e questa circostanza porta nel film un tema complesso e decisivo per il futuro della nostra comunità. La sua origine non passa inosservata e il suo confronto coi coetanei attraversa forme esplicite o sottili di razzismo ed esclusione. Nel suo cercare di capire chi è, chi vuole essere, chi può essere, Kiko dovrà fare i conti anche con le diverse culture che vivono in lui. E quando sarà il momento di riconciliarsi con sua madre e insieme provare a immaginare un futuro comune, dovrà passare innanzitutto dalle radici, dal proposito del ritorno nelle Filippine, dalla figura del nonno, da tutto quell’immaginario intorno alle origini che per Kiko è quasi esclusivamente mitico (Kiko è stato nelle Filippine solo da piccolo), ma non per questo irreale.

LA SCUOLA E L’AVVENTURA DEL SAPERE
Uno degli ambienti ricorrenti nel film è la scuola, rappresentata come un luogo ricco di possibilità, risorse e conflitti, dove l’adolescenza in evoluzione si misura con opportunità e giudizi. Il film ci parla della scuola come istituzione, in difficoltà a relazionarsi alla complessità di un’età e di un tessuto sociale in straordinaria evoluzione, alla scuola non sempre capace di suscitare speranze ed illusioni di futuro per le attuali generazioni, alla scuola come luogo fatto di persone differenti e speciali – i docenti – capaci con le loro individualità di accogliere, intuire, seminare, oppure distruggere, reprimere, ignorare… Ma più che sulla scuola è soprattutto un film sull’avventura della conoscenza, sulla potenza esplosiva che deflagra quando il sapere entra in contatto con la vita e il bisogno profondo di interrogarci intorno ad essa. In questo senso è un film pieno di ottimismo, che riconosce la possibilità dell’entusiasmo e della trasformabilità della vita a partire dal sapere, anche il giorno che sulla terra dovessero essere scomparse tutte le scuole, le accademie e le università.

DIVENTARE ESSERE UMANI_TERENZIO
“Se chiudo gli occhi non sono più qui” si interroga insieme al suo protagonista, Kiko, su alcuni temi fondamentali dell’esperienza umana. Lo fa prendendo spunto da alcuni testi della filosofia e della letteratura occidentali (da Platone a Nietzsche) e facendone tappe di un ideale percorso di conoscenza che porterà Kiko faccia a faccia con domande nuove e importanti sulla sua vita e sulle sue scelte. Forse la frase più importante che Kiko apprende da Ettore è quella di Terenzio: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” (sono un uomo: non c’è niente che sia umano che non riguardi anche me). E’ la prospettiva da cui Ettore vorrebbe che Kiko guardasse gli esseri umani. Ed è in un certo senso la prospettiva da cui il film guarda ai suoi personaggi. Nessuno è solo cattivo, nessuno tantomeno è un mostro. Ciascuno viene da un contesto, ciascuno insegue una propria idea di giustizia. Talvolta un’azione miserabile genera la possibilità di un riscatto (Ettore), talvolta un comportamento spietato nasce dall’ignoranza, dalla miseria e dalla convinzione di trovare soluzioni (Ennio), talvolta la rivendicazione di un diritto e la lotta contro la sopraffazione si trasforma involontariamente nel suo contrario: l’aggressione dei più deboli (accade a Kiko quando, denunciando Ennio, espone gli operai alla retata della polizia)… Dunque bene e male si rivelano polarità complesse e in continua sovrapposizione, talvolta indecifrabili nei rispettivi confini.

E l’unico atto di umanità possibile è considerare il nemico innanzitutto come un essere umano.

L’ABBANDONO SCOLASTICO
Kiko resiste alle pressioni della famiglia, che ha bisogno delle sue braccia, del suo tempo, del suo lavoro, Kiko lotta per avere l’opportunità di crescere, di esplorare le proprie potenzialità, di conoscersi, Kiko alla fine desiste e abbandona la scuola.

Come molti ragazzi, specialmente maschi, in Italia. Quello della dispersione scolastica è un fenomeno dove l’Italia ha un primato tristemente negativo.

Lo confermano gli ultimi dati 2012 del Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca (Miur). Così come le statistiche dell’Ocse. L’Italia è quart’ultima in Europa dietro alla Grecia e lontanissima dagli obiettivi Ue.


CAPORALATO NEL NORDEST

La svalutazione del lavoro, il dumping sfrenato, la crisi, la mancanza di leggi e controlli adeguati hanno lasciato proliferare il lavoro nero e lo sfruttamento della manodopera. Accanto alle imprese legali che ogni giorno chiudono o si reggono a galla con sempre maggiori più difficoltà, aumentano i fenomeni di sfruttamento e di illegalità, persino di schiavismo. Se il caporalato nel sud Italia è un fenomeno che è stato in parte scoperchiato e raccontato, quello del nord è molto più ignoto e misterioso. Eppure esiste e si serve spesso di migranti clandestini, proprio perché ricattabili e senza diritti, marchiati già in partenza da quella condizione di illegalità, che il reato di clandestinità genera.

ASTRONOMIA
Kiko, fin da piccolissimo, eredita dal padre la passione per l’astronomia.

Il desiderio di guardare il cielo e i suoi misteri. E interrogarli. Di espandersi oltre i propri confini, di sognarsi altrove.

Per Kiko l’astronomia è soprattutto questo: il luogo delle possibilità non ancora date, lo sguardo su un futuro fantastico.

Che può restituire le persone amate e dare speranza di una vita migliore. L’astronomia in “Se chiudo gli occhi non sono più qui” è il terreno in cui si incontrano il presente e il passato, la fantasia e la realtà, le domande e i silenzi. Un aldilà misterioso governato da leggi ancora sconosciute in cui la nostra percezione degli eventi viene completamente sovvertita. Così come le nuove teorie della fisica sembrerebbero suggerire. L’astronomia è sempre stata per me un’occasione per fantasticare, un solaio dove andare a cercare metafore. Durante la scrittura di questo film, invece, io e Marco Piccarreda ci siamo avventurati in un percorso per certi versi più scientifico e ci siamo scambiati le reciproche scoperte, e insieme abbiamo provato a capire le varie teorie sull’origine dell’universo.

E’ stato molto eccitante verificare come anche dentro il discorso scientifico continuasse a sopravvivere una magia, un mistero e prendere atto di come la scienza non esclude, ma anzi considera teoricamente possibile una natura del tempo che consente viaggi all’indietro.

Vittorio Moroni

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