COSA FARE A ROMA SE HAI PERSO AL GIRONE.

SAN PAOLO, LE ACQUE SALVIE, NAPOLEONE E LA GUERRA DEL CIOCCOLATO.

A due passi dalla palestra del Liceo Peano, lungo la Laurentina, sorge il bellissimo complesso monastico dei Trappisti, un ordine francese sceso a Roma per ripristinare, secondo il volere di Pio IX, l’abbazia abbandonata in epoca napoleonica, in origine di pertinenza della basilica costantiniana di San Paolo fuori le mura, meta di pellegrinaggi per via della tradizione nata intorno al 5oo che voleva l’area teatro della decapitazione di San Paolo.

È qui che sin dai primi Novecento i romani vengono ad acquistare dai Trappisti un’ottimo cioccolato prodotto dalla famiglia Rugghia in un altro monastero trappista in zona Castelli Romani e, da qualche anno, un altrettanto ottimo cioccolato trappista, prodotto dai Trappisti di questo monastero ma che trappista non si può chiamare.

Eh?

Facciamo un passo indietro: quando, a seguito dell’incendio di Roma, fu decapitato l’apostolo Paolo (a cui fu riservata la condanna a morte del Civis Romanus invece della crocifissione), la sua testa fece scaturire tre fonti dai punti in cui rimbalzò.

“Spiegando il velo di Plautilla, si bendò gli occhi, piegò ambe le ginocchia a terra e porse la testa, che tosto con un gran fendente recisa, fu udita da tutti pronunciare a gran voce per tre volte in ebraico linguaggio il Nome adorabile del Signore nostro Gesù Cristo, e al tempo stesso dal collo e dalla testa dell’Apostolo sprizzava un’ondata di latte sulle vesti del carnefice e per terra”.

Il luogo del miracolo, secondo una tradizione postuma, era quello detto delle Acque Salvie, una valletta adagiata lungo il percorso dell’antica Laurentina dove, sopra un cimitero cristiano del III Secolo, nacque un luogo di culto con il toponimo Tre Fontane che Gregorio Magno affidò a un monastero greco-armeno sotto la pertinenza della basilica di San Paolo fuori le mura, perennemente affollata di pellegrini. Nel 1140, dopo pochi decenni di gestione dei Cluniacensi (puniti ed espropriati perché avevano assecondato lo scisma di Anacleto II) passò ai Cistercensi, che qui fondarono la seconda abbazia in Italia secondo i dettami di San Bernardo e sul modello di quella di Chiaravalle a Milano.

Il potere e la fama dell’abbazia furono enormi, come testimoniano le cinque “filiali” sparse in Italia e il fatto che il primo abate cistercense di San Paolo divenne papa con il nome di Eugenio III. Per il Giubileo del 1600 vennero costruite (ad opera del meraviglioso Giacomo della Porta) le chiesa di Santa Maria Scala Coeli e di San Paolo. Nel 1808 i francesi di Napoleone, durante la Campagna d’Italia, saccheggiarono e chiusero l’abbazia, considerata vicina a Pio VII inviso a Bonaparte e finito addirittura in carcere. La ripresa del complesso, sotto Pio IX durante il Giubileo del 1867, fu merito del Conte de Moumilly, ancora francese ma ormai nell’epoca del Secondo Impero, che finanziò il restauro e la bonifica, e lo consegnò ai Padri Trappisti, ovvero un ordine di monaci francesi provenienti da Notre-Dame de la Trappe che riformarono le regole cistercensi con regolamenti rigidissimi di clausura e silenzio assoluti (Ausculta o Fili Obedientia sine Mora Ora et Labora, riportato sotto la statua di San Benedetto che si erge nel vialetto alberato che porta all’abbazia) e si diedero il nome di Ordo Cisterciensis Strictioris Observantiae (di stretta osservanza).

I trappisti portarono con sé la loro tradizione contadina e iniziarono a produrre beni agricoli come la birra, l’olio, il vino, i liquori e il cioccolato. Con l’Unità d’Italia e la liquidazione dei beni ecclesiastici, l’abbazia ottenne in enfiteusi perpetua (comodato d’uso) i 450 ettari del territorio delle Acque Salvie e i terreni maremmani avuti a suo tempo attraverso un’apocrifa donazione da Carlo Magno, a condizione di mettervi a dimora, per la sua bonifica (la zona era malarica), 125.000 piante di Eucalyptus.

Agli inizi del novecento i Trappisti (che, non dimentichiamolo, vivono in clausura) decisero di dar seguito all’immediato successo dei loro prodotti aprendo nel chiostro uno spaccio e dandolo in gestione alla famiglia Rugghia, che da qui inizierà a collaborare con la Comunità dei Padri Trappisti per la produzione e vendita del cioccolato. Le tavolette di cioccolata, affiancate da altri prodotti dei monaci, divennero tradizione per i romani e i pellegrini di passaggio nell’antico monastero. Per far fronte alla sempre maggiore richiesta di cioccolato, dal 1947 la produzione viene trasferita a Frattocchie di Marino, all’interno di un altro monastero trappista.

Nel 1973 la famiglia Rugghia costituisce la Società “Il Cioccolato di Roma” srl e acquista dalla congregazione il marchio Cioccolato Trappisti, mantenendo all’interno della fabbrica/abbazia di Frattocchie la produzione. Ma i laboriosi trappisti di stare con le mani in mano non ne vogliono sapere, e, forse un po’ sprezzanti delle prosaiche leggi terrene, riprendono a produrre il loro cioccolato dell’abbazia di San Paolo e aprono, nel chiostro proprio di fronte al negozio dei Rugghia, il loro spaccio con le vetrine piene del loro Cioccolato Trappisti. Stesso chiostro, stessi orari, stesse varietà (al latte, fondente 50% 70% e 90%, con nocciole al latte e fondente), marchio quasi identico.
E così, dopo qualche anno di sguardi in cagnesco, parte la controffensiva dei Rugghia (e del monastero trappista di Frattocchie): dopo il fallimento dei tentativi mirati a un’intesa amichevole la Società “Il cioccolato di Roma srl” presenta istanza, imperniata sulla fattispecie della concorrenza sleale, in modo perentorio: premesso che gli “usurpatori” avevano dato al loro prodotto sia la denominazione “Cioccolato dei monaci trappisti” sia il marchio “Trappisti”, del tutto simile se non identico a quello delle tavolette “storiche”, l’avvocato Giuseppe Gallo chiede al giudice l’inibitoria della commercializzazione e il sequestro della merce oggetto delle condotte illecite (compresi altri prodotti, come torroni o caramelle), nonché la pubblicazione dell’ordinanza sui quotidiani e nel sito Internet dell’Abbazia alle Tre Fontane, con lo spauracchio di costose penali.

Un attacco concentrico, al quale i cistercensi replicano con una domanda di risarcimento per lite temeraria. Ma il giudice riconosce due anni fa il pregiudizio recato alla famiglia Rugghia dai vicini col saio (che tra l’altro, essendo proprietari delle mura, vorrebbero sfrattarli) e impone loro di cambiare marchio, facendo sparire la parola “trappisti”. Motivo:

il patronimico è distintivo del cioccolato storicamente riferibile all’antica produzione e dunque idoneo a creare confusione nel pubblico.

Morale: sulle barrette finite fuori gioco c’è scritto “Cioccolato – Abbazia Tre Fontane” e, forse per compensare il minore appeal del marchio, oggi nel chiostro compare una vetrinetta elegantissima, degna di una gioielleria, dove sono esposte le delizie dei Trappisti marcate Tre Fontane: olio, birra liquori, miele e, naturalmente, cioccolato. Proprio di fronte allo spaccio della famiglia Rugghia (che nel frattempo chiede risarcimento per concorrenza sleale e violazione del marchio) e alle famose tavolette con il simbolo del Colosseo.

Voi, nel dubbio, assaggiateli tutti.

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