Questa era Roma. Passione.

Di Claudia Carassia.

Nell’ultimo periodo sto studiando a Verona per l’esame di psicologia clinica: a lezione ci è stato detto che le persone tendono a ricordare più facilmente notizie ed avvenimenti negativi, piuttosto che quelli positivi.

Anche io ho sempre messo enfasi sulle cose brutte, ma forse vale la pena ogni tanto fermarsi e riflettere su quello che abbiamo, piuttosto che su quello che ci manca.
Ed io cos’ho?
Per cominciare il tennistavolo, che è stato la mia più grande passione da quando avevo 10 anni.
Negli ultimi cinque ha scandito il ritmo delle mie giornate, a suon di schemi, cesti, tornei, viaggi e chi più ne ha più ne metta.
Soprattutto perché a 16 anni ho deciso di andare via di casa, per scoprire come ci si allenava nei posti che io consideravo “meglio organizzati”, per sfidarmi e vedere dove sarei arrivata.
Ho cambiato tre città e società da quando sono andata via dalla Castello, la società che io considero di casa, quella che mi ha permesso di fare i progressi più grandi e quella che mi ha seguito negli anni in cui ho profuso più passione.

Non parlerò di quello che ho trovato nei posti in cui sono andata dopo; ma di quello che solo ora (a quattro anni di distanza) mi accorgo di aver lasciato
Così che queste mie parole siano anche un modo di ringraziare le persone che per me hanno fatto tanto.
E a cui forse non l’ho mai realmente detto.

Ciò che ricordo degli ultimi anni a Roma è un gran casino.
Una continua corsa.
Gran casino era cambiare ogni anno allenatore, un anno un rumeno, l’anno dopo un nigeriano, e infine Rosario.
Gran casino era riuscire a trovare all’inizio di ogni stagione qualcuno con cui costruire la squadra: serie B, serie A2.
Io c’ero, ma chi sarebbe stata la mia compagna di squadra?
Una continua corsa era andare agli allenamenti.
Il lunedì vai a scuola, torna a casa, pranza, riesci, prendi la metro, il bus e poi forse all’Olimpico ci arrivavi… e quando arrivavi (già stanca mi verrebbe da pensare ora, ma cosa dico?! A quei tempi non ero MAI stanca!) gli altri erano sempre in ritardo.
Ma tanto all’Olimpico qualcuno con cui giocare lo trovavi sempre.
Il martedì la scuola finiva più tardi, pranzo al sacco e direttamente in palestra perché il tempo di tornare a casa non c’era mica.
Il mercoledì Lombardozzi che mi aspettava.
Il giovedì forse un po’ di riposo e niente allenamento.

Il venerdì prendi la metro a Cipro, arriva a Laurentina che Monia mi aspetta (o ero io che aspettavo lei?) e via ad allenarsi al Peano, oppure alle volte da Antonio Di Silvio per non farci mancare di girare metà delle palestre di Roma.

E non c’era una volta che arrivassi a casa in tempo per cena!
Quella romana delle 20.30, non quella nordica delle 19.00.
Cibo, doccia e studio: solo quando serviva per le interrogazioni, non sempre ovviamente.
In poche parole il mio pomeriggio lo passavo tra autobus e palestra.
E per fortuna che c’era sempre qualche anima pia che si prendeva la briga di riaccompagnarmi a casa, così che almeno al ritorno non passassi anche la serata sui bus!
Era solo un piccolo sacrificio il mio, lo so, ma lo VOLEVO fare!

E poi, una vocina dentro mi diceva che tutto quello che trovavo in palestra era organizzato per me (e per Alessandro Pizzi), dai Bruno, i maghi degli equilibrismi per rendere le stagioni giocabili, e da tanti altri.
Sapevo che le persone con cui mi allenavo erano lì non perché costrette o pagate, ma per farmi un piacere e perché credevano in me e nella mia voglia di crescere.

Insomma, era tutto un po’ così: un po’ un casino, un po’ una famiglia.

E in una famiglia, si sa, si cresce in modo sano, così come crescevo io, in un ambiente al di fuori della competizione, dove sì, l’agonismo c’è, ma è del tipo buono, quello che punta a migliorare sé stessi, non a tagliare le gambe al prossimo o a spadroneggiare.
E fidatevi che non è poco.
Era un ambiente genuino e di appassionati, pieno di amatori.
All’Olimpico i V – IV categoria che passavano così il loro pomeriggio, e mi guardavano come se io fossi la loro speranza (o almeno così a me sembrava).
Uno di loro era un professore dello IUSM, Attilio Lombardozzi, un’entusiasta della vita, una di quelle persone che a guardargli l’anima non gli dai più di 20 anni, tanto vedeva il mondo con gli occhi di un bambino.
Nel tennistavolo ad un certo punto, si sa, la preparazione fisica serve, e lui, senza chiedere nulla che non fosse il mio impegno, un’ora al mercoledì me la dedicava, e quell’ora mi sembrava tanto più utile delle decine spese durante gli stage della Nazionale.

Questa era Roma.
Passione.

Un altro dei nostri personaggi, uno che realmente era in palestra solo per me, era Rosario Troilo, sportivo, campione, che a 50 anni aveva il fisico che non avevo io a 16.
Quante volte mi sono scornata con lui. Sull’allenamento, sul farne di più. 
“Eh, ma si sa che tu sei polemica” direbbe Carlo Bozza.
A quel tempo non sapevo che quando, anni dopo, sarei riuscita ad ottenere più ore di allenamento, a cui tenevo tanto, non sarei stata più attenta a quei piccoli dettagli, agli schemi partita che possono cambiare il risultato.
Più che mettere
in campo 30 top di fila.
Su tutto questo con Rosario, tra una litigata e l’altra, ci lavoravo.


Tra le alte sfere invece c’era Bruno Di Folco, che tanto si è adoperato per me negli anni, e a cui tanto sono sempre stata riconoscente, che quasi lo consideravo il mio tutore pongistico.
La lista dei nomi e dei personaggi sarebbe molto più lunga dei tre che ho citato, chiedo venia.
Quello che voglio dire è che non importa allenarsi 1.000 ore al giorno se non lo fai con la testa.
Non importa andare nelle Società più forti d’Italia, se poi ti senti messa da parte, o sei solo una posizione in classifica.
Non importa avere i compagni più forti, se poi non c’è attaccamento, né rispetto reciproco.
Questo ho imparato.

Che la mia passione non era dovuta solo al tenere una racchetta in mano, ad un tavolo blu o una pallina bianca.
La mia passione era alimentata dall’incoraggiamento di Rosario che credeva potessi batterle tutte; dallo spendersi di Bruno per darmi gli strumenti per allenarmi; dall’esempio di sportività che era Lombardozzi; dai sacrifici che ogni giorno tutti erano disposti a fare, che IO ero disposta a fare.

Trovate un posto, come lo è stata la Castello per me, che vi faccia sentire unici e importanti.
Ognuno a proprio modo; un posto che vi faccia sentire a casa e in famiglia.
E non credo sia così solo per me: alzi la mano chi di voi Castellani si sente nel contempo parte di qualcosa e importante e unico proprio per questo.
Scommetto che non sarei l’unica con la mano alzata.
E per tutti quelli che hanno creduto in me… lo so, non sono diventata n°1 d’Italia, ma sono cresciuta, e sono fiera di quello che sono e che sto diventando.

Quindi un grazie speciale va a voi, per tutto quello che mi avete insegnato!

Claudia
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