Pitchford. A true story.

Di Liam Pitchford, il ventiseienne talentuosissimo inglese che da anni guida la Nazionale dei leopardi, ricordiamo almeno tre momenti salienti della sua carriera:

  1. la recente partita contro Mizutani a cui ha riservato non uno ma due behind the back, uno dei quali nientepopodimeno che ai vantaggi del set finale;
  2. La partecipazione agli europei giovanili di Terni, lui cadetto bassino e gracilino ma con una mano spaventosa, nella compagine inglese che schierava anche gli juniores Drinkhall e Knight che spopolarono al PalaDeSantis. A dire la verità non era solo Liam a farti chiedere come reggesse il confronto con ragazzi che al confronto sembravano i suoi padri, ma anche un’altra scriccioletta tra le cadette, grinta da vendere: una certa Bernadette Szocks;
  3. Pugni all’aria e bacio plateale al leone stampato sulla sua maglietta, nella partita/thriller contro la Francia (che portò la sua squadra ai quarti contro la corazzata cinese nelle Olimpiadi di Rio) in cui Sam Walker ribaltò il quinto set contro Gauzy con cinque punti consecutivi che lo portarono da 7/10 a 12/10.

Un’intervista alla BBC rivela questa settimana un retroscena inedito della carriera dell’atleta di Chesterfield, che riguarda proprio il periodo delle Olimpiadi del 2016. Pitchford, allora ventitreenne, era in cura per una grave forma di depressione.

A few months prior to that I’d been diagnosed with depression. I got in quite a bad place. I didn’t expect to play as well as I did, going through everything. It was a hard time, something that took me a while to get over.

La depressione iniziò ad insinuarsi nella mente del giovane atleta dopo la morte del suo allenatore, mentre giocava in un club all’estero. Il dolore per la perdita lo colpì duramente. “Si era preso cura di me e mi ha permesso di fare il salto di qualità. Quando è morto, la dinamica del club è cambiata e sono arrivate molte nuove persone. C’erano molti personaggi duri e inflessibili, e quello che stavo attraversando era semplicemente spazzato via”.
Liam si sentiva in gabbia, incompreso, respinto, vincolato da un contratto che non gli avrebbe permesso di uscirne fuori. E soprattutto non si sentiva abbastanza forte per combattere, per contrastare le decisioni della società. In quel periodo la cosa che sentiva più spesso era nient’altro che: “Devi superare questo lutto e allenarti di più”. La squadra contava su di lui, lui era la nuova stella nascente, e per loro contava solo vincere.
Pitchford andava in palestra e nel fondo della sua mente il pensiero quotidiano era smettere, darci un taglio, fuggire. Cominciò a prendere farmaci.

When I first spoke to somebody about it I kind of broke down. I just had to get it out. After that, the weight was lifted off my shoulders and then I could start to rebuild.

La svolta fu chiedere aiuto, capire che quello che veramente contava era come si sentiva lui, e come avrebbe voluto sentirsi lui.
Intervistato dopo una sessione di allenamento alla Nottingham University, oggi confida di essere “probabilmente nel posto migliore in cui sono stato mentalmente, fisicamente e come atleta”. Attuale 26 del Mondo (dopo essere salito al dodicesimo posto), Pitchford spera di qualificarsi per la sua terza Olimpiade.
“Sono solo contento di aver ricevuto l’aiuto che ho avuto e sono abbastanza orgoglioso di essere riuscito ad arrivare dove sono ora. Penso che questa storia mi abbia decisamente plasmato per essere l’uomo e il giocatore che sono”.

Qui l’articolo originale della BBC del 22 Gennaio.

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