La trasferta… guai a chi ce la tocca

“Ma state andando a giocare o…?”

Con questa frase esordì, diversi anni fa, mio fratello, accompagnatore occasionale di una squadra di tennistavolo composta da me e da altri 2 che non tiro in ballo per non imbarazzarli, mentre andavamo a giocare con una squadra umbra. Più in là vi spiegherò l’arcano ma ora vorrei  cercare di cogliere quello che rappresenta per noi pongisti andare in trasferta.

Da quando si diventa schierabili si comincia a girare per palestre, prima della propria città, poi della propria regione e, per finire si gira tutto lo Stivale.

Sia per tornei sia per campionati, se si svolge un’attività seria, ci si abitua subito a rimbalzare da una città ad un’altra quasi senza soluzione di continuità.

Una bella occasione per crescere anche dal punto di vista culturale.
Ho calcolato che se avessi visitato almeno un museo o una pinacoteca di ogni località toccata, senza neanche volerlo, oggi sarei al livello di Sgarbi (forse sto esagerando!).

E invece no, i miei punti di riferimento di molte località italiane sono le palestre, i palazzetti, quelli si che li conosco!

Avessimo mai un attimo di tempo per fare una visita alla città, paese, frazione, che ci sta temporaneamente ospitando, scambiare due chiacchiere con qualcuno del posto, capire come vive, che fa di diverso da noi.

Niente, diventiamo parte integrante della tappezzeria della palestra dove si sta giocando, considerando che, se è un torneo parliamo di almeno 2 giorni di seguito per un 20 ore totali, e se fosse invece un incontro a squadre, almeno 4 o 5 ore.

Durante il fine settimana dedicato ad un torneo nazionale si perde proprio la cognizione del tempo, non si contano più le ore, si entra con la luce del sole e si esce col buio pesto. Negli ultimi anni (vedi tornei neri) siamo arrivati quasi a rivedere la luce del sole all’uscita, ma solo perché stava sorgendo il sole del giorno dopo!

Sentire il rimbalzo della pallina sui tavoli, le urla di gioia, gli auto incitamenti, e per tutto questo tempo consecutivo, anziché nausearci, ci attira sempre di più portandoci a quella dipendenza già ampiamente citata in occasioni precedenti.

O meglio, specialmente dopo un torneo nazionale, abbiamo qualche giorno di rigetto per questo sport, ma poi si riprende l’attività pensando alla prossima trasferta.

Potremmo paragonare questa situazione a quella simile in cui si trovano la maggior parte delle neo mamme, che giurano e spergiurano, dopo i dolori del parto, che non avranno più figli, ma poi, dimenticano e…

E quindi ogni volta che si riparte si ricompie quasi un rito, dall’appuntamento per il ritrovo, la colazione (spesso nello stesso bar), la decisione sulla strada da fare, le rigorose soste agli autogrill, che servono anche per acquistare i biglietti della lotteria e i grattini, hai visto mai!

Certo 30 o 40 anni fa non era così comodo andare in trasferta come oggi.
Chi riusciva ad andare in macchina si poteva ritenere fortunato, la maggior parte andava in treno, in pulman, ed era una vera e propria avventura.

Per i tornei, poi, non erano previsti gironi di qualificazione, si arrivava a destinazione, magari dopo una notte passata in treno, e si giocava il primo turno delle 9.

Se si andava avanti nel tabellone bisognava stare attenti all’orario del treno di ritorno, era lui il nostro giustiziere, non l’avversario.

Mi ricordo  un Verona – Roma in treno di ritorno da un torneo nazionale che non c’era un posto a sedere neanche a pagarlo oro, ma  anche in piedi non c’era gran che.

Viaggiai nello spazio tra un vagone e l’altro che non è come oggi chiuso ermeticamente, all’epoca si stava praticamente all’aperto e faceva un freddo che si rischiava il congelamento.

Arrivai a casa intirizzito e con una faccia dipinta tipo i giocatori di football americano. Mia madre, prima di mettermi con tutti i vestiti nella vasca da bagno mi chiese “ma hai guidato tu?”

E del rientro ne vogliamo parlare, soprattutto negli ultimi tempi,  non appena si sale in macchina per ritornare a casa, e qui parlo dei campionati, si scatena il tam tam dei risultati dagli altri campi.
Una sorta di novantesimo minuto per sapere quello che hanno combinato, o stanno combinando gli altri.
In questo campo devo obbligatoriamente citare il mio compagno di squadra Bruno Esposito (evidenti origini piemontesi), che, guidando, notate bene, si collega con tutti i milioni di contatti del suo telefono e sforna risultati caldi caldi, buoni come le pizze napoletane che ci ha fatto mangiare nei migliori locali specializzati sia in Campania sia fuori.

Addirittura siamo arrivati al punto di seguire gli ultimi punti di una partita in diretta telefonica.

Ma, tornando a bomba, quello che tutti noi memorizziamo in una trasferta è dove si mangia.

La domanda di mio fratello, che cito all’inizio, scaturì da quello che sentiva ci dicevamo tra noi, non parlavamo di tattiche, formazione da schierare o quant’altro, ma di dove ci saremmo fermati per il pranzo e per la cena.

La discussione era animata perché ognuno di noi indicava un posto sul percorso dove era stato ed aveva mangiato bene.

Penso che la nostra categoria potrebbe essere impiegata per compilare le varie guide culinarie, chi è più esperto di noi?

Il perché è presto detto, ricordando  la pubblicità radiofonica di un notissimo brandy che recitava testualmente “se la vostra squadra del cuore ha vinto brindate con Stock, se ha perso consolatevi con Stock”, noi  ci adeguiamo, altrimenti che trasferta sarebbe?
L’ostico.

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