La racchetta, il nostro oggetto di culto

“Lei mi è apparsa all’improvviso e ho avuto un tuffo al cuore, silenziosa e luccicante come una visione, così vera e provocante dietro la vetrina, non l’avevo vista mai così vicina”.

Così Edoardo Bennato parla di questo oggetto di culto per un musicista, la chitarra.

Effettivamente, conoscendo un po’ l’ambiente musicale, e soprattutto i chitarristi, posso confermare che questo strumento è più che venerato da chi lo suona.

Chi se lo può permettere, ne ha più di una, le scuse per comprarne una nuova sono le più disparate, ma, sicuramente l’ultima arrivata è quella che ci permetterà di produrre un suono senza neanche toccarla.

Ma quando mai, se la sai suonare, bene, altrimenti ne potrai comprare un numero imprecisato ma la sostanza non cambierà, rimarrai uno strimpellatore.

Ma perché tutto questo preambolo vi e mi chiederete?

Ma è semplice, perché possiamo trasferire, quanto scritto da me fin qui, sul nostro oggetto di culto, la racchetta.

Chi non ricorda il suo primo acquisto, il mio fu nel 1972. All’epoca per comprare una racchetta a Roma si doveva andare vicino San Pietro, a via Traspontina, dal mitico Ognisport. Non che avesse una grande varietà di articoli da tennistavolo, ma quello che poteva offrirci era già tanto per noi, poi andare in quel posto voleva dire andare alla Stazione Termini e prendere il bus a 2 piani n. 64, che unito all’allegria di andare a comprare una gomma o una racchetta, ci faceva passare dei bei momenti (ci accontentavamo di poco lo so).

Ma il guru Migliarini, aveva scelto per me qualcosa che neanche li avrei trovato, bisognava ordinare in Austria. Telaio Shooler, (non so se si scrive così, visto che parliamo di San Pietro, “se sbaglio mi corriggerete”) con 2 gomme lisce Butterfly Sriver. Lo so che voi starete pensando, ma come un puntinato come te le gomme lisce! E vabbè fu un errore di gioventù.

Dopo averla ordinata l’attesa diventò snervante, io che fremevo per poterla usare quanto prima e quella che non arrivava. Ci mise un paio di mesi, neanche l’avessero portata a piedi, e quando il postino suonò, in quella occasione una volta sola invece delle fatidiche due, perché ero già dietro la porta di casa, si materializzò il primo sogno della mia vita.

Era un pacchetto sproporzionato rispetto a quello che conteneva, ma in qualche centesimo di secondo strappai tutta la carta e, orgogliosissimo, potei brandire la mia racchetta, mimando l’esecuzione dei colpi a vuoto, senza un tavolo o almeno una pallina.

Da quel momento, questa fedele compagna, mi seguì ovunque andassi, anche quando non andavo ad allenarmi, ritenendo che il posto più sicuro per la sua integrità fosse rappresentato proprio da me.

Potrei annoiarvi per ore nel raccontarvi il primo allenamento, il primo torneo, la prima botta data al tavolo (porca p###.) ecc., ma ve lo risparmio, tanto ci siete passati anche voi, no?

Vorrei condividere con voi, invece, il rapporto che si crea con il nostro strumento, quanti si riconosceranno in quello che dirò non si sentano giustificati, ma direi più rassegnati che altro.

Le prove.
Questo è un capitolo assai triste, visti anche i costi dell’attrezzatura, riservato soprattutto ai giocatori più navigati, che proporzionalmente alla loro età, hanno più disponibilità economica per assecondare questo vizio.

L’esemplare in questione non riesce a fare due allenamenti di seguito con lo stesso materiale perché ogni volta ha una nuova gomma, o un nuovo telaio, o addirittura lo stesso del precedente ma con un + o un –, DI DIVERSO  scritto in mezzo al piatto.
Risultato tecnico scarso, economico disastroso, dei problemi esistenziali non ne parliamo nemmeno.
Ogni tanto questi personaggi giurano di non ricascarci più, ma la tregua dura poco.
L’unica cosa positiva è che tutto questo materiale che si accumula, ogni tanto deve essere venduto, sia  per non incorrere nelle ire delle consorti, sia per lo spazio occupato e per i quattrini spesi.
Non so se vi ricordate quello spot pubblicitario in cui una lei usciva da casa, dopo aver litigato con il marito, gridando che sarebbe andata con il primo che gli capitava e, in un attimo si materializzava il vicino di casa con un sorriso accattivante, pronto a verificare la veridicità dell’affermazione.

Allo stesso modo, senza neanche chiamarli, si presentano gli acquirenti, fiutando da lontano la preda, e riescono ad accaparrarsi materiale a costi scontatissimi.

Quello che si instaura con la racchetta è un rapporto di odio-amore. È lei quella che paga per prima una giornata storta del giocatore. Prima con un colpo leggero sul tavolo, poi altre botte sempre più forti, fino ad arrivare al divorzio definitivo.  In certe occasioni quest’ultima fase può rappresentare un pericolo per tutti. Tanti anni fa vidi una racchetta partire da un punto della palestra, lanciata da un separato che atterrò nel lato opposto della palestra, sfiorando un giocatore. In altri casi appoggiato con calma il telaio sul tavolo, con il manico sporgente, un colpo ben assestato che neanche mastro Titta ne era capace, divide il piatto dal manico.

Sfioriamo il discorso taroccamenti del materiale, sia perché in questo ambito  poco ci interessa, sia perché riapriremmo ferite mai chiusi e discussioni infinite tra chi ne fa uso e chi no.

È solo per dire  ai più giovani che non pensassero che 40 anni fa non ci fossero le stesse problematiche.
Una volta un giocatore mi fece spaccare una racchetta (e vi assicuro che è la prima e ultima volta che l’ho fatto!) perché si presento con montato sul rovescio un pezzo di copertone di una ruota.
Ritornava una palla in campo che definirla magica non rende ancora l’idea.
Finì tanti a pochi per lui, scatenando la mia ira contro la mia racchetta che ne pagò le conseguenze.
O meglio, io, ne pagai le conseguenze, dovendo andare dai miei a chiedere i soldi per un nuovo telaio, ma certamente non raccontando per bene cosa fosse successo!

Mi sembra che ora sia cambiato un po’, e in meglio,  questo tipo di atteggiamento, ma una cosa che sono certo non cambierà mai e ci accompagnerà sempre, è quello sguardo, incredulo, dopo un errore, verso la nostra racchetta , come a dire “ ma come io ti tratto così bene e tu mi fai questo!” come se il colpo lo portasse lei,  di sua sponte, senza il nostro intervento, come se al suo interno ci fosse una squadra di mini giocatori che agisce autonomamente.

Che ci volete fare, siamo pongisti !!!

L’ostico.

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