If you build it, he will come

Un vecchio film con Kevin Costner racconta di un agricoltore dell’Iowa che all’improvviso viene spinto da una voce immaginaria a costruire a regola d’arte un campo di baseball nella sua fattoria, per resuscitare e far tornare a giocare i Chicago White Sox del 1919, squalificati all’epoca per uno scandalo di partite truccate.
If you build it, he will come è la frase pronunciata ripetutamente dalla voce che il protagonista sente in mezzo al granturco e che lo spingerà ad un’impresa apparentemente folle che si concluderà con il classico lieto fine hollywoodiano.
Se lo costruirai, lui verrà diventò in poco tempo una delle storiche frasi del cinema citate nelle più disparate occasioni.

Purtroppo chiunque faccia l’esperienza di avviare e gestire un’associazione sportiva, specialmente se dedicata a una disciplina cosiddetta minore, sa bene che i sogni non si avverano semplicemente costruendo un campo.
Il cinema, come diceva Hitchcock, non riproduce pezzi di realtà ma fette di torta.

Ma veniamo al tennistavolo: mai come in questo periodo stiamo avvertendo una situazione, presente e ahimè futura, di estrema fragilità per tutto quello che abbiamo nel tempo costruito e per un sistema che ci circonda (anche limitandoci alla sola attività sportiva) di cui percepiamo equilibri precari e limiti organizzativi. Se da un lato si spinge per un’idea di Sport-Welfare, di associazioni che costituiscano un presidio sicuro e un ambiente sano per il territorio, insomma di Sport e Salute, dal nostro lato la situazione è drammaticamente al limite della sussistenza e molto lontana dalla possibilità di fornire quel modello ideale di servizio per la comunità. Anche perché, per molte delle nostre società, poter contribuire a nuovi progetti di politiche sociali dall’alto delle tre ore di palestra altezzosamente concesse (quando va bene) da un istituto scolastico suona un po’ contraddittorio.

Urge guardare lontano. Così come urge guardare a fondo dentro noi stessi.

Il tennistavolo, come ogni sport, non si pratica in un solo modo. Cerchiamo di guardare al nostro modo. Siamo un gruppo di amatori adulti che si ritrovano durante la settimana per tenerci allenati con qualche partita tra soci e per disputare dei campionati a squadre regionali o comunque di livello dilettantistico e ricreativo, anche se di carattere nazionale? Teniamo corsi di base ben strutturati e frequentati? Abbiamo un tecnico professionista in grado di creare un vivaio giovanile? Siamo un punto di riferimento per una scuola e per i bambini del quartiere ai quali possiamo garantire divertimento e passione senza puntare a un livello di formazione specialistico e mirato alla competizione ai livelli più alti? Abbiamo in palestra atleti professionisti che svolgono sessioni di allenamento mattina e pomeriggio? Siamo amatori che non partecipano a campionati e tornei agonistici?


Tutti questi modelli, ugualmente legittimi e rispettabili, a ben vedere necessitano di gestioni molto diverse tra loro. A patto di comprendere il proprio ruolo, le proprie risorse e le proprie possibilità. Pretendere di fare tutto, avere tutte le possibili ambizioni, è il primo errore che vedo spesso commettere in giro. Parlare a tutti, diceva Fellini, è parlare a nessuno. Offrire a qualcuno quello che non possediamo è il modo sicuro per vivere di occasioni sprecate.

Una società che punta all’alto livello, frequentata da professionisti, motivata dai risultati che atleti grandi e piccoli riscuotono sui campi da gara, non riuscirà a nascondere a lungo l’aria da reclutatori (l’ufficiale inglese o spagnolo con il suo banchetto al porto che annota con la lunga penna i nomi dei marinai cooptati per la spedizione e le paghe da corrispondere) che per forma mentis hanno tecnici e dirigenti. Le grandi società in genere non si preoccupano se e quanto un bambino si diverte: hanno bisogno di soldati.
Un gruppo di amici che si trova in palestra per sfidarsi senza troppo riguardo verso la tecnica e la preparazione atletica necessarie a un professionista non dovrebbe proporre al bambino di turno un tennistavolo impegnativo e sogni olimpici se non ha i mezzi per supportarli. Anche perché molti bambini non vogliono quei traguardi, vogliono divertirsi e passare il tempo, magari con altri bambini, senza troppi pensieri e senza pressioni. Una palestra piena di bambini che giocano a ping pong vale almeno quanto quella dove tre o quattro mini-atleti seguono tutti i giorni il loro allenatore per raggiungere risultati di eccellenza.
Comprendere a fondo chi siamo, dunque, non è affatto semplice e banale, e soprattutto non porta a un’unica risposta.

Il target è vasto ed eterogeneo.

Alla domanda Perché fai sport? più del 50% degli uomini e del 70% delle donne ha fornito risposte riconducibili al termine svago. Un’associazione sportiva non ha necessariamente bisogno di scovare e coltivare campioni, di fomentare passioni esistenziali. Il suo compito primario è quello di creare e di favorire contatti empatici, di essere un aggregatore sociale che riunisce persone in cerca di un momento della giornata in cui condividere semplicemente e immediatamente un divertimento comune. Più o meno come la borghesia agiata del Novecento si abbonava ai concerti della Filarmonica o alle prime del teatro.

Molte delle nostre società potrebbero utilmente scrollarsi di dosso l’ansia da prestazione che ci costringe a vedere in ogni bambino capace di stare in equilibrio su una sola gamba il talento da preparare per la Nazionale giovanile. Tranquilli, non è quello necessariamente il vostro tennistavolo, come non è compito primario e obbligatorio del 90% dei circoli di tennis scovare il nuovo Fognini.
C’è un modo più informale di vivere lo Sport che forse si adatterebbe meglio alla maggioranza delle società di tennistavolo e che sarebbe molto più aderente alle loro risorse e alle loro possibilità. Non c’è bisogno di contribuire personalmente affinché il tennistavolo italiano conquisti le vette mondiali: basta aiutare la propria associazione a sostenersi e a crescere. È già molto. Stabiliamo a quali aspettative possiamo andare incontro e pensiamo a garantire ai nostri associati e ai nostri ospiti un’organizzazione all’altezza delle loro aspettative e una gestione seria ed efficiente del loro divertimento.

Si faccia una domanda e si dia una risposta.

A conclusione di questo primo di una serie di interventi che si protrarranno durante l’estate, proviamo a porci delle domande e a rispondere senza fretta e senza pregiudizi:

  1. Cosa offriamo ai nostri associati?
  2. Come è vissuta la nostra attività all’interno della nostra associazione?
  3. Come è percepita all’esterno (quartiere, scuole, commercianti, istituzioni ecc.)?
  4. Cosa ci distingue da altre associazioni che praticano tennistavolo?
  5. Cosa ci distingue da altre associazioni sportive del nostro territorio?
  6. Chi sono i nostri competitor?
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