E andarono insieme incontro alla sera

Chi bazzica le palestre durante i tornei regionali o le partite delle serie minori dei campionati a squadre, avrà notato che è quasi normale vedere sfidarsi in campo un bambino contro un adulto. Prerogativa peculiare del tennistavolo è infatti, date le sue caratteristiche, quella di permettere incontri “veri” tra giocatori con uno sviluppo fisico totalmente diverso, senza che per questo il risultato possa dirsi scontato.

Si tende a percepire questi momenti come delle espressioni serene e positive del vivere comune: il vecchio e il bambino che condividono allegramente un momento di sport per poi sorridere insieme, stringersi la mano e scambiarsi un abbraccio, come se fosse la stessa cosa del vederli condividere una piazza, un giardino o le panche di una chiesa.

È opinione diffusa che l’incontro con l’adulto sia per il bambino una tappa fondamentale per la sua crescita nel gioco e si accetta con rassegnazione questa realtà convinti che simili momenti servano al giovane atleta “per fare esperienza”.

Difficilmente si coglie il fatto che nel concetto di “fare esperienza” potrebbe nascondersi un’arma a doppio taglio.

Un’esperienza può essere positiva come può essere negativa, e un’esperienza negativa probabilmente non sarà edificante per un giovane atleta, così come un’esperienza apparentemente positiva potrebbe rivelarsi un boomerang che condiziona negativamente la sua crescita.


Ciò non vuol dire che debbano esserci esperienze negative. Un’esperienza può essere anche negativa, ed è importante che le esperienze negative ci siano, ma è opportuno che allo stesso tempo siano costruttive.

Saranno l’atleta e l’allenatore che, analizzando insieme l’esperienza, proveranno a trarne un profitto. Ma l’allenatore e l’atleta potranno farlo proficuamente se quell’esperienza viene vissuta all’interno di un determinato ambiente.

Se l’esperienza, positiva o negativa che sia, verrà vissuta in un contesto completamente estraneo a quello in cui normalmente giocatore e allenatore operano, inevitabilmente quell’esperienza perderà di significato.

Lo sforzo maggiore che compiono i tecnici con i giovani pongisti è quello di trasmettere loro un’impostazione tecnica e di gioco che li proietti, o almeno si spera, ai massimi livelli possibili. Si motivano i giovani atleti ad intraprendere un percorso che non sia quello della vittoria semplice e immediata ma quello della ricerca e della costruzione di un gioco che dia i suoi migliori frutti in futuro, quando la loro crescita fisica e mentale sarà finalmente compiuta. Si cerca poi di trasmettergli una mentalità da atleta professionista, che miri alla disciplina, al sacrificio, alla concentrazione, ad uno stile di vita sano.

Lo scenario tipo del classico incontro tra adulto e bambino, per lo meno a livello locale, va decisamente nella direzione opposta.

Le motivazioni sono differenti. Entrambe legittime, ma decisamente diverse: l’adulto è lì per passare un pomeriggio diverso, distendere i nervi dopo una settimana di lavoro, sudare un po’ prima di andare a cena con gli amici di sempre; il bambino è dentro un’avventura, crede in un progetto, vuole crescere, ha degli obiettivi.

Le due realtà si muovono su binari troppo lontani per potersi incontrare.

L’esperienza del bambino che perde l’incontro perché è troppo basso per contrastare i lob dell’adulto, non è un’esperienza costruttiva, è solo un’esperienza negativa.

L’ ambiente in cui l’adulto è sempre pronto al commento sul punto fortuito, alla battuta di spirito con l’arbitro, con il pubblico o con l’avversario stesso, non è l’ambiente di concentrazione e disciplina a cui si cerca di abituare il bambino.

Il bambino ha bisogno di un ambiente disteso, sereno, attento alle sue esigenze ma comunque virtuoso. Ha bisogno di confrontarsi con avversari della sua età, con le stesse esigenze e le stesse ambizioni, con le stesse prospettive tecniche e gli stessi limiti fisici.

Se vogliamo che il bambino di oggi sia un atleta completo domani, un professionista di questo sport, è fondamentale che respiri da subito, compatibilmente con le esigenze che la sua età comporta, un’aria professionale.

Tutto l’ambiente dovrebbe muoversi subito in tal senso. I nostri giovani sono immersi in un contesto eccessivamente amatoriale. Purtroppo è questo l’imprinting che ricevono. È necessario invece innescare nel nostro ambiente un meccanismo virtuoso, professionale, vincente, ed è fondamentale farlo sin dai primi passi. È importante fornirgli la possibilità di espandere i loro orizzonti, di guardare oltre il ristretto contesto locale a cui sembrano ormai definitivamente relegati.

Non sarà semplice individuare il contesto giusto, creare un ambiente ideale, ma se vogliamo crescere sarà indispensabile muovere il primo passo.

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