Cosa fare a Roma se hai perso al girone

Interamente Divino

La trasformazione precoce a basilica cristiana (Santa Maria dei Martiri) nel 609 ha permesso al complesso del Pantheon di sopravvivere come nessun altro monumento dell’antica Roma, preservandolo dalla rovina e dal saccheggio subiti dagli edifici classici in epoche successive. Di fatto è la testimonianza della civiltà romana giunta a noi nel miglior stato di conservazione, e rappresenta come nessun altra la stratificazione e la continuità, dal mondo classico alla cristianità, dal Risorgimento fino ai giorni nostri, che rendono unica una città come Roma.
 

Pantheon, nome di origine greca, compare per la prima volta in Dione Cassio (155-229 d.C.), a tempio già edificato, e indica gli edifici sacri dedicati ai re divinizzati (e agli dèi loro protettori) in uso nei regni ellenici. La sua etimologia allude a qualcosa di interamente (παν) divino (θεός), o dedicato agli dèi tutti. Dione Cassio optò per il primo significato, influenzato dalla prodigiosa cupola che faceva penetrare la luce attraverso il grande foro centrale.
Si pensa che l’edificio fosse in origine dedicato alla triade della Gens Julia, ovvero Marte – Venere – Divo Julio, come volle la divinizzazione postuma di Giulio Cesare imposta da Augusto a un Senato sicuramente infastidito da una simile pratica ellenistica: per i romani dell’epoca infatti la religione era un elemento consustanziale alla politica, ovvero contribuiva al successo dell’Impero tanto quanto le decisioni politiche, ma non ricopriva un ruolo preminente. Insomma, per i romani la religione consisteva sostanzialmente nel tenersi buoni gli dèi per non compromettere il compimento del destino riservato a Roma dominatrice (la pax deorum, la comunità di intenti tra gli dèi e Roma).

Stendhal-Pantheon-Roma-Turismo-sportivo-tennistavolo-kingpong
Il Pantheon ha il grande vantaggio che in due minuti si lascia comprendere in tutta la sua bellezza.
Marie-Henri Beyle (Stendhal)
Passeggiate romane

L’iscrizione presente sull’architrave, Marcus Agrippa Luci Filius Consul Terzium fecit (Marco Agrippa, figlio di Lucio, lo edificò nel suo terzo consolato), si riferisce a una prima versione edificata dal fedele compagno di Ottaviano (più o meno nel 25 a.C.), divenuto edile dopo la definitiva vittoria su Antonio e Cleopatra e autore, tra l’altro, dell’acquedotto interrato dell’Acqua Vergine, ancora oggi funzionante per alimentare importanti monumenti della zona, tra cui la Fontana di Trevi.
Il tempio subì gravi danni a causa di un incendio nell’80 d.C. e fu completamente ricostruito da Adriano tra il 118 e il 125 nella forma a noi giunta, probabilmente su un suo progetto, che ripristinò l’iscrizione secondo il suo principio di non lasciare prove della sua opera, come accadde per tutti gli edifici fatti costruire da lui con l’unica eccezione del tempio dedicato a suo padre adottivo Traiano.

Come accennato prima, l’idea dell’oculus, il foro centrale della cupola, fa riferimento al sole e al cielo in quanto elementi unificanti e omnicomprensivi delle religioni praticate in tutto l’Impero, a testimonianza della profonda tolleranza che i romani avevano verso le religioni dei popoli sottomessi, liberi anche a Roma di seguire i culti che preferivano, a patto di non minacciare la pax deorum.

Che fosse un ulteriore omaggio al Sole, o forse la volontà di creare al suo interno un senso di estrema armonia delle proporzioni, di fatto l’aula circolare della cupola è perfettamente uguale alla misura dell’altezza complessiva, e nell’edificio può essere idealmente inscritta una sfera. Ma le straordinarie caratteristiche dell’edificio non si fermano certo qui.

La cupola, 43.40 di diametro, è a tutt’oggi la più grande mai realizzata in calcestruzzo (quella di S. Pietro è più piccola di mezzo metro). Un capolavoro di ingegneria che si basò su una progressiva riduzione dello spessore del calcestruzzo, mescolato a tufo e a detriti vulcanici per conferirgli maggiore leggerezza: dagli oltre sei metri della base al metro e quaranta intorno all’oculus. Non ci sono purtroppo documenti tramandati che chiariscano il metodo usato per sollevare le maestranze durante la costruzione della cupola, probabilmente una grande centina, alta oltre 30 metri, poggiava sull’attico.

Stendhal-Pantheon-Roma-Turismo-sportivo-tennistavolo-kingpong
Non ho mai visto a Roma volte così ardite come quella del Pantheon.
Marie-Henri Beyle (Stendhal)
Passeggiate romane

La cupola era interamente rivestita in bronzo lucidato e dorato, a conferma del legame che si voleva richiamare con il culto del sole, e doveva suscitare in chi lo avesse visto per la prima volta un effetto sorprendente, se consideriamo che il Pantheon appariva sul fondo di un grande viale racchiuso da portici colonnati, lastricato di travertino, lungo il doppio dello spazio occupato oggi dalla Piazza delle Rotonda. Quasi certamente quel bronzo lo possiamo trovare oggi in qualche statua o suppellettile delle case nobiliari romane o di qualche chiesa, vista l’usanza nei secoli successivi di depredare le opere classiche delle loro ricchezze. Per aumentare la prospettiva aerea l’interno della cupola è decorata da cinque anelli a cassettoni progressivamente più stretti, abbelliti in origine da cornici anch’esse di bronzo dorato.

Lasciamo la parola a Stendhal, magnifico cultore del viaggio eudemonistico e forse più dello stesso Goethe amante appassionato dell’Italia, per conoscere la storia del “Pantheon cristiano”:

Il Pantheon è il monumento romano meglio conservato che esista. Come già per San Pietro, vorrei darne qui qualche particolare storico. Nel 732 di Roma, la folgore colpì lo scettro della statua di Augusto. Nell’80 d. C. subì un incendio: i danni furono riparati da Domiziano. Purtroppo non sappiamo con certezza come il fuoco si attaccò e dove trovò alimento. Sotto Traiano, il fulmine fu causa di un altro incendio. Il tempio fu successivamente riparato da Adriano, da Antonino Pio, e, infine, da Settimio Severo e Caracalla, ricordati nell’iscrizione.

Nel 608 Bonifacio IV trasformò il tempio in chiesa cristiana e fece rimuovere tutte le statue, comprese probabilmente le cariatidi, il cui aspetto umano poteva ricordare gli idoli. Furono tolte anche quattro piccole colonne di porfido. Costanzo II, quando nel 662 fece imbarcare per Costantinopoli tutto quello che gli riuscì di rubare agli edifici di Roma, spogliò la chiesa degli ultimi ornamenti di bronzo che ancora la ricoprivano.

Nel 713 Gregorio in fece sostituire le tegole di bronzo con lamine di piombo. Nell’830 Gregorio IV dedicò la chiesa a tutti i Santi, e fissò la festa relativa per il primo giorno di novembre. A quei tempi sotto il porticato c’era ancora una bella urna di porfido, che Clemente XII fece poi trasportare nella cappella Corsini a San Giovanni in Laterano. La colonna angolare del portico, sul cui capitello è riprodotta un’ape, fu innalzata per ordine di Urbano vili che, d’altra parte, portò via il bronzo residuo della copertura e fece costruire i due brutti campanili attuali. Il portico fu completato da Alessandro VII, a cui si deve anche la costruzione delle ultime due colonne.

Anche la casette costruite a ridosso del Pantheon furono demolite in quell’occasione. Fu un restauro a fondo: il papa fece anche sterrare una parte dell’antica piazza; ma non riuscì a scoprire il livello originario.

Il buon Benedetto XIV Lambertini ebbe il torto di non saper scegliere il suo architetto; rovinò gran parte del tempio, soprattutto fra le colonne e la volta. Si dice che la grande statua di marmo bianco che rappresenta la Madonna sia stata eseguita dal Lorenzetto secondo le ultime indicazioni di Raffaello. Il Winckelmann che come ogni buon tedesco si sente sempre obbligato a fare il critico, la ritiene una delle migliori opere moderne.

Quello che mi resta da raccontare è solo abominio e desolazione. Quando Raffaello morì, i suoi resti furono deposti nel Pantheon e sulla tomba fu poi posto un suo ritratto dipinto dal Maratta. Oggi il partito conservatore ha riportato su Raffaello un trionfo simile a quello che gli abbiamo visto riportare in Francia su Voltaire e Rousseau. Il busto di Raffaello è stato tolto dalla tomba e relegato in una stanzuccia del Campidoglio. Nel Pantheon era illuminato dalla mistica luce che scende dall’apertura della volta; qui è quasi invisibile. Chi avrebbe mai detto che la reazione religiosa avrebbe attesa i nostri giorni per colpire Raffaello, morto nel 1520? Anche il busto di Annibale Carracci, del resto, ha avuto lo stesso destino di quello del grande uomo che egli aveva tanto ammirato. A sinistra, entrando, noterete vicino ad un altare le loro due tombe mutilate. Non so perché non siano stati cancellati i bei versi del cardinale Bembo, che sono così poco cattolici: «Ille hic est Raphael, ecc. ».
Molto commovente è l’iscrizione sulla tomba di Annibale Carracci, che ricorda con semplicità la cattiva sorte che perseguitò sempre questo grande riformatore della pittura. Gli sarebbero bastati pochi anni di vita, per vedere compiersi la rivoluzione artistica per la quale aveva coraggiosamente lottato. Guido e Lanfranco, due suoi allievi, furono ricchi e onorati.

A qualche passo dalla iscrizione che ricorda la morte prematura e la povertà del Carracci, noterete un brutto busto del cardinal Consalvi: il signor Thorwaldsen ne ha fatto un curato di campagna. Il partito conservatore, comunque, non è riuscito ad impedire che il busto fosse esposto. Il cardinal Consalvi era titolare di Santa Maria ad Martyres. È questo il nome latino del Pantheon, impostogli nel 608 quando Bonifacio IV vi fece trasportare ventotto carri pieni di ossa dei santi martiri.
Al cardinal Consalvi è succeduto come titolare di Santa Maria ad Martyres, il famoso cardinale Rivarola, contro il quale, alle Porte di Ravenna, ebbe luogo un tentato omicidio che ha fatto scalpore a Roma e in Italia, ma di cui a Parigi nessuno ha mai saputo nulla. Il 6 maggio 1828, come conseguenza naturale, si sono avute numerose esecuzioni capitali di liberali: il terrore regna in Romagna, la regione che ha dato i migliori soldati all’esercito italiano di Napoleone, quali lo Schiassetti, il Severoli, il Nerboni, ecc.

Sul ponte Santerno, vicino a Imola, un monumento in marmo bianco è stato innalzato al cardinal Rivarola ancora vivente. L’abbiamo visto tutto coperto di piccole macchie scure: sono i segni delle fucilate che gli tirano. Ora è vigilato da una sentinella piena di paura. Furono i postiglioni a invitarci a scendere per vedere la statua così conciata e per narrarci altri particolari, che non posso trascrivere. Il popolo romagnolo odia i preti e tuttavia li adula vilmente. Proprio sotto la statua del cardinale abbiamo incrociato due vetture piene di “carbonari” in catene. Paolo è andato a offrir loro qualche soccorso e due copie del Constitutionnel. Silenzio profondo fra la folla dei contadini accorsi: ai loro occhi i “carbonari” sono dei martiri.

Le Terme di Agrippa contenevano centosettanta bagni, e furono le prime a sorgere a Roma. Così cominciarono a decadere i costumi: Cesare e Catone andavano ancora a bagnarsi nel Tevere.


I resti delle Terme di Agrippa sono addossati al muro esterno del Pantheon, dal lato opposto del portico. Il fortunato genero di Augusto, in punto di morte, lasciò al popolo romano le Terme e i vasti giardini irrigati dall’Acqua Vergine, che sorgevano ove ora è l’arco della Ciambella.

Clemente XI fece innalzare di fronte al portico del Pantheon un piccolo obelisco pieno di geroglifici: ci sta malissimo. Invece di sovraccaricare la piazza che affossa il Pantheon, bisognerebbe abbassarla di dieci o dodici piedi. Quando il Tevere inonda la città, tutti i sorci del quartiere si rifugiano addirittura dentro il Pantheon, dove vengono attaccati da torme di gatti.

Basterebbe un restauro molto semplice per riportare il Pantheon alla sua primitiva bellezza e per farci godere la stessa visione che piacque ai romani. Bisognerebbe prendere l’esempio da ciò che un bravo prefetto ha fatto per la Casa Quadrata di Nimes, e, per prima cosa, sterrare la piazza fino al livello dell’antico pavimento. Lungo le case della piazza, di fronte al portico, si potrebbe lasciare una strada larga quindici piedi, sostenuta da un muro alto dodici o quindici piedi, sul genere di quello che gira intorno alla basilica e alla Colonna Traiana.

Molti giovani prelati, nelle cui mani sicuramente si concentrerà il potere fra mezzo secolo, sono certamente in grado di apprezzare questo modo di restaurare gli antichi monumenti.

Stendhal, Passeggiate romane, 1829.

Con l’unità d’Italia il Pantheon divenne uno dei simboli di quella che fu chiamata con termine mazziniano la Terza Roma: dopo accese discussioni, Depretis e Crispi decisero di eleggerlo a luogo di sepoltura dei Savoia, in vece della Basilica di Superga. La tomba di Umberto I fu progettata da Giuseppe Sacconi, l’architetto del discutibile Vittoriano, archetipo dell’opulenza marmorea di ispirazione parigina che doveva ridisegnare la ricchezza monumentale della capitale umbertina, insieme al gusto neorinascimentale degli edifici del centro nevralgico della città, come quelli di Via Nazionale (es. palazzo Koch) o di Via del Corso (es. Galleria Colonna), per conferire dignità storica alla Roma della politica e degli affari.

Tra il 1913 e il 1936 il Pantheon subì alcuni restauri diretti dal medievalista Antonio Muñoz, soprattutto alla tomba di Raffaello, alla pavimentazione quasi interamente ricostruita, ispirandosi ai disegni geometrici a tarsie policrome del XIII Secolo, al soffitto a cassettoni, durante il quale venne collocato un organo a canne a trasmissione elettrica, alla sinistra dell’abside maggiore.

Per informazioni su visite guidate, liturgie e orari è consultabile il sito ufficiale.

Condividi: