Cosa fare a Roma se hai perso al girone

IL GIARDINO DEGLI ARANCI

Il più meridionale dei Sette Colli si arrampica rapido dalle sponde del Tevere, dominando il Foro Boario, luogo dove si incontravano gli allevatori e i commercianti per scambiare bovini, latticini, sale e olio, ovvero la gente che diede origine alla città di Roma e alla sua mitopoiesi.

Le prime leggende

E in effetti proprio sull’Aventino, ultima estensione dei territori conquistati da Alba Longa, la città sui Colli Albani dove la mescolanza tra enotri e troiani discendenti di Enea formò la stirpe latina, hanno luogo le prime leggende di Roma. Uno dei re di Albalonga fu Amulio, che usurpò la legittima discendenza al trono del fratello Numitore e gli uccise tutti i figli maschi. Alla notizia che la figlia di quest’ultimo avesse partorito due gemelli concepiti addirittura con il dio Marte, Amulio ordinò che la nipote venisse giustiziata e che anche i suoi due figli seguissero la sorte dei suoi fratelli. Ma Rea Silvia, prima di essere sepolta viva, lasciò in un cesto sulla sponda delle paludi del Tevere, ai piedi dell’Aventino nei pressi del futuro Velabro, i due neonati che vennero poi trovati da una lupa. Ok, il resto lo conoscete, ma forse non ricordate che la fine di Alba Longa fu decisa dalla sfida tra tre fratelli romani della famiglia degli Orazi contro i tre Curiazi. Una parte degli albani, sotto Tullo Ostilio, furono spostati sul Celio ad ingrossare il numero degli abitanti di Roma.
La spianata sulla quale degrada più dolcemente l’Aventino, successivamente sede del Circo Massimo, fu invece teatro del famoso ratto delle Sabine, e qui sull’Aventino, in un sacro bosco di allori, fu sepolto Tazio, il re sabino che governò insieme a Romolo dopo la pace tra i due popoli, padre della regina Tazia data in sposa a Numa Pompilio.
Leggenda vuole inoltre che Remo scelse proprio l’Aventino per comprendere attraverso gli aruspici chi tra lui e Romolo, salito dirimpetto sul Palatino, avrebbe regnato sulla nuova città. La disputa che ne conseguì terminò, come è noto, con la sua morte e con la nascita di Roma sul colle scelto dal vincitore.

Il colle dei plebei

In epoca repubblicana il Colle, periferico e non amato dai patrizi, divenne oggetto della Lex Icilia de Aventino publicando, ovvero fu concesso dal Senato, su proposta del Tribuno Lucio Icilio, ai plebei che minacciavano da tempo una rivolta. Successivamente fu inserito nel perimetro difeso con l’ampliamento delle Mura Serviane. Nell’ultimo periodo repubblicano l’Aventino, che continuava comunque ad essere escluso dal Pomerio (il suolo sacro e inviolabile della città), costituiva un fulcro nevralgico del commercio cittadino, collocato com’era tra il Foro Boario (attualmente l’area occupata dal Circo Massimo fino alle rive del Tevere, dove ancora possiamo ammirare il Tempio di Ercole che proteggeva i commerci), il porto fluviale e l’enorme Porticus Aemilia con i suoi magazzini e negozi dove venivano commerciati la farina (Forum Pistorium), il pane e il marmo (Via Marmorata), il Vicus Piscinae Publicae (Viale Aventino) che conduceva fino alla Via Ostiense, e infine l’antica Via Salara da cui provenivano i commercianti dell’Adriatico.

La presenza di un siffatto fermento favorì l’insediamento di numerose famiglie straniere, e il Colle per molto tempo fu sede di templi e culti eterodossi, anche in virtù della evocatio con cui Roma ospitava le divinità protettrici delle città sconfitte in guerra. L’Aventino era la sede spirituale di molti santuari e mitrei di origine etrusca, greca, fenicia e addirittura egizia.

residenza di imperatori

L’Età Imperiale vide una nuova trasformazione urbanistica dell’Aventino: le caratteristiche morfologiche, la sua posizione di fronte al Foro e ai palazzi imperiali del Palatino, lo rendevano luogo ideale di residenze private dell’aristocrazia. L’Urbe si espandeva, e la plebe fu spostata più a Sud, verso il terrapieno formato dai resti di anfore e suppellettili chiamato Monte dei Cocci, in corrispondenza dell’attuale Testaccio. Il Colle divenne quartiere residenziale della nobiltà, fino a ospitare le residenze di Traiano e di Adriano. Probabilmente la nuova vocazione patrizia dell’Aventino fu la causa principale dei saccheggi che portarono alla sua totale distruzione da parte dei Visigoti agli ordini di Alarico nel sacco di Roma del 410.

La rinascita dell’area fu però immediata, dal momento che già nell’Alto Medioevo, sulle rovine delle vestigia imperiali, vennero costruite le ultime basiliche paleocristiane e le prime chiese del culto romano: Santa Sabina, Santi Bonifacio e Alessio, Santa Prisca. Qui sorsero i conventi e i monasteri dei cistercensi, dei predicatori (i domenicani), dei benedettini, delle suore camaldolesi.

I Savelli

Verso la fine dell’Alto Medioevo cominciò a farsi strada una famiglia romana, da cui già provenivano i papi Benedetto II, Gregorio II ed Eugenio II, che vantava origini antichissime: addirittura la discendenza proprio da quel re Aventino che probabilmente diede nome al Colle, re di Alba Longa e progenitore di Rea Silvia. I Savelli (discendenti appunto della tribù latina dei Sabelli) si affermarono nel patriziato romano sin dal primo secolo del nuovo millennio, arrivando a garantire a un componente della famiglia il ruolo di camerlengo e la successiva elezione a papa col nome di Onorio III: sua la bolla che ufficializzò la regola di San Francesco (evento testimoniato dagli affreschi di Giotto nella Basilica superiore di Assisi), sua l’incoronazione di Federico II di Svevia a Imperatore del Sacro romano Impero. Alla morte di Onorio III, la scelta della famiglia Savelli di schierarsi con Federico II contro il nuovo papa Gregorio IX portò ulteriori fortune e ricchezze al casato. Alla fine contarono una mezza dozzina di papi e un notevole numero di cardinali e alti prelati, oltre al ruolo per secoli di Marescialli di Santa Romana Chiesa, all’incarico di custodi perpetui del Conclave e alla giurisdizione sulla Corte Savella, il tribunale pontificio competente su reati commessi dai civili, con diritto di infliggere la pena capitale (come accadde alla sventurata Beatrice Cenci, torturata e condannata senza pietà alla decapitazione per aver ucciso il padre dopo anni di soprusi e violenze carnali).
La famiglia Savelli fu senza dubbio la casata più strutturalmente connessa con il potere e le istituzioni di Roma in tutta la storia della Chiesa.

Rocca Savella

Dalla concessione in enfiteusi della proprietà ecclesiastica di Rignano Flaminio, i Savelli, che commissionarono ad Arnolfo di Cambio la cappella di famiglia nella chiesa di Santa Maria in Aracoeli sul Campidoglio, si trovarono a possedere, nel periodo di maggior fortuna, i territori di Albano, Castel Savello, Castel Gandolfo, Castrum Leonis (in Sabina), Castrum Faiolae, Castrum Arignani, Cesano, Sacrofano, Turrita (Nepi), Palombara, Castelleone e Monteverde in Sabina. A Roma possedevano il palazzo di Santa Sabina, abitato da Onorio III e da Onorio IV, le proprietà esistenti su quello che è l’odierno vicolo Savelli in Parione, e un fortilizio eretto sull’Aventino alla fine del Duecento a guardia del Tevere e delle vie del commercio, sulle rovine del castello della potentissima famiglia Crescenzi, ormai in declino (ne abbiamo scritto qui). 

I confini del bastione, che da qui in poi cingeva quasi tutto l’Aventino fino alla Via Marmorata, sono visibili percorrendo la meravigliosa salita (direzione che consigliamo) del Clivio di Rocca Savella, pavimentato sull’antico percorso del Clivius Capsarius, chiamato così perché costituiva la discesa alle tabernae del porto per i servi guardarobieri in attesa dei loro padroni in visita alle raffinatissime Terme di Sura edificate in epoca traianea sull’area dell’attuale Roseto comunale.
Il fortilizio, difeso da torri quadrate poste a distanza regolare e da un ponte levatoio, fu usato in varie epoche come residenza rifugio dai papi (qui il controverso e feroce papa Bonifacio VIII, responsabile tra l’altro dell’esilio di Dante Alighieri e del martirio di Jacopone da Todi, ricevette Carlo II d’Angiò) e non perse mai del tutto la sua vocazione militare per via della sua eccezionale posizione strategica, fino alle vicende della Repubblica Romana, quando le truppe francesi cannoneggiarono dai bastioni della rocca la Porta San Pancrazio sul Gianicolo dove si era attestata la milizia guidata da Garibaldi.

Parco Savello

Nel Cinquecento la rocca perse il suo carattere di fortificazione e fu abbandonata dai Savelli (nel frattempo imparentati con gli Orsini) che si avviavano verso l’estinzione del ramo principale e la spartizione, tra matrimoni e vendite, dei loro possedimenti presso quasi tutte le famiglie nobiliari romane (Orsini, Pamphili, Farnese, Aldobrandini, Borghese). Nei secoli successivi l’area prese l’aspetto di una specie di parco recintato, utilizzato perlopiù dai domenicani per coltivare l’orto.

Una piccola parentesi sul recente lavoro di restauro, guidato da Giorgio Ferreri, della chiesa del Priorato dell’Ordine di Malta: due anni di lavoro che hanno restituito il candore lattiginoso concepito dal Piranesi in ossequio alla sua archeologia visionaria, al suo bricolage di simboli e allegorie neoclassici, come cose della cui antica ragione e funzione si sia perduta la memoria (Argan).
Mai come oggi è possibile ammirare la maniacale minutezza, l’elaborata ricchezza con cui l’artista, sulla facciata ma soprattutto all’interno della chiesa, spandeva il suo eclettismo decorativo.

Verso la terra santa

La chiesa di Santa Maria del Priorato dei Cavalieri di Malta, come del resto tutto il parco e la piazza, ci racconta un’altra affascinante leggenda, forse derivata da quella della nave romana dove si nascose il serpente del dio Esculapio, che indicò l’Isola Tiberina come sede del tempio e del lazzaretto, l’attuale ospedale Fatebenefratelli, a lui dedicato in epoca repubblicana, e che fu quindi edificata a guisa di nave. L’Aventino simboleggia un’enorme nave, sacra ai Cavalieri Templari, pronta a salpare verso la Terra Santa. Piranesi, nella sua opera di sistemazione dell’area, inserì riferimenti, costruì strutture, richiamò simbolismi che citano apertamente questa leggenda, che riporta alla mitica flotta mediterranea dei Cavalieri di Malta.

l’ansia monumentale del fascismo

L’idea di sfruttare il belvedere sull’Aventino come veduta in un certo senso speculare al panorama che si godeva salendo sul Gianicolo fu già dei sindaci liberali del primo dopoguerra, ma per una risistemazione del parco bisognò attendere il 1932 e l’ansia del fascismo di evidenziare il carattere monumentale di Roma, che spinse alla ridistribuzione urbanistica del centro storico e allo spostamento dei suoi abitanti verso le nascenti borgate. Ancora oggi nelle periferie romane si può incontrare qualche anziano che ricorda le casette a sette lire: romani sfrattati dal centro con la promessa di case economiche nelle nuove aree urbane (come Pietralata: un affare d’oro per i Torlonia proprietari dei terreni e, guarda il caso, della villa che generosamente affittavano per la cifra simbolica di una Lira al duce, che oltretutto ne sfigurò la facciata, a cui aveva lavorato Giuseppe Valadier, per costruire altri due bagni e una veranda), iniziativa ben strombazzata come opera meritoria a vantaggio del popolo che nascondeva ben altri interessi privati e soprattutto celava la dura realtà che non tardò a palesarsi: mancanza di servizi igienici e di acqua potabile, continui allagamenti e rete fognaria inesistente, mancanza di scuole, di servizi pubblici e di collegamenti con la città.

Spostando la popolazione verso i colli o verso il mare, noi effettuiamo il disistipamento di Roma, demoliamo tutte le casupole infette, facciamo i diradamenti necessari a tutti i fini, diamo del sole, della luce, dell’aria al popolo.
(Discorso ufficiale di Mussolini)
Occorre aiutare, per il minimo indispensabile, questi disgraziati, per la maggior parte non grati alla Regia Questura; ma sarebbe estremamente pericoloso, ai fini sociali, addolcire, anche di poco, le attuali loro condizioni di vita. Perché, dato che queste masse, salvo poche e precarie situazioni, sono costituite da disoccupati per cialtroneria o incapacità, qualunque piccolo allentamento, fornito ad individui proclivi all’ozio, non servirebbe ad altro che ad accentuarne la neghittosità e ad attivare il fenomeno immigratorio dei non desiderabili e contro il quale si esperimenta la diuturna attività della Pubblica Sicurezza.
(Nota dell’Ufficio dell’Assistenza Sociale)

L’area del Circo Massimo, così come il Borgo antistante San Pietro, quello davanti a Porta Metronia e gli edifici che dal Teatro Marcello si spingevano verso il Tevere, il Palatino e l’Aventino (tra cui i palazzi dei Savelli e dei Crescenzi), fu rasa al suolo con l’idea di isolare nella loro eterna memoria le vestigia imperiali. Famoso il discorso di Mussolini, proprio del 1932, in cui nominò Sua Maestà il Piccone. Durante i lavori di sistemazione stradale e urbanistica dell’area in virtù del progetto che voleva collegare con un’unica direttrice il Campidoglio al mare (che quindi circondava l’Aventino tra la via del Teatro Marcello, il viale del Circo Massimo, la via Ostiense fino alla via del Mare) fu commissionata a Raffaele de Vico la trasformazione a parco pubblico dell’area appartenuta ai Savelli.

il giardino degli aranci

Raffaele De Vico, architetto abruzzese alle dipendenze del Comune di Roma, si distinse soprattutto per le opere paesaggistiche che fecero la storia del verde pubblico romano: dal Parco della Rimembranza a Villa Glori, dai giardini di Testaccio a quelli di Colle Oppio, dal Parco di Monte Mario alla fontana di piazza Mazzini, fino all’incarico di Consulente generale per i parchi e giardini dell’EUR, all’ampliamento dello zoo capitolino e alla ricostruzione del teatro di Ostia Antica.

Per il progetto del Giardino degli Aranci concepì, proprio di fronte alla vista della cupola di San Pietro, un asse perpendicolare al belvedere nascosto rispetto all’ingresso principale di Piazza Pietro D’Illiria, al centro del quale con il rigore simmetrico in voga (Del Debbio, Moretti, Foschini, ecc.) si aprivano due slarghi a formare una piazzetta rettangolare.
Nella sezione di destra era stata all’epoca sistemata una fontana di Giacomo della Porta proveniente dallo sbancamento dell’area del Teatro Marcello, oggi fortunatamente ricollocata in uno spazio più idoneo (piazza San Simeone, lungo la via dei Coronari). Tutta l’area calpestabile è percorsa e delimitata da pini marittimi, mentre le restanti aree verdi sono piantate in forma concentrica ad aranci amari, ovvero melangoli, per ricordare l’arancio presso cui predicava S. Domenico, fondatore dell’ordine, conservato nel vicino chiostro di S. Sabina e visibile tramite un foro aperto nel muro del portico della chiesa.
Pure proveniente da una fontana di Giacomo della Porta è il mascherone collocato in una nicchia alla sinistra del portale dell’ingresso principale, che in origine serviva l’acqua alla tazza che fungeva da abbeveratoio per il bestiame in vendita al Campo Vaccino (ovvero quello che restava del Foro Romano fino alla riscoperta in epoca napoleonica). La tazza andò a ornare l’obelisco di Pio Settimo con le statue di Castore e Polluce davanti al Quirinale, il mascherone, ormai dimenticato nei magazzini comunali, venne recuperato nel 1936 dall’allora direttore del Museo di Palazzo Braschi, Antonio Muñoz, che lo appoggiò su una vasca termale romana di granito egizio, anch’essa pezzo di spoglio depositato nei magazzini. Il portale che arricchisce l’ingresso principale proveniva invece dallo smembramento di Villa Balestra, una splendida villa cinquecentesca, citata da Vasari, aggrappata sul tufo del monte dei Parioli e costruita dal cardinale bolognese Poggio notevolmente arricchitosi nel ruolo di nunzio di Paolo III presso Spagna e Germania.

Qui sotto il progetto di De Vico con l’iniziale collocazione della fontana di Giacomo della Porta:

La visita ideale al Giardino è in una serata estiva, possibilmente fino alla chiamata del custode, puntuale e inflessibile alle nove. L’impagabile vista al tramonto del nucleo storico di Roma, insieme all’atmosfera e al profumo in cui ci troveremo immersi, garantiscono momenti indimenticabili che ben sintetizzano il fascino irripetibile della città. In inverno il parco chiude, ahimé, alle sei del pomeriggio.

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