Apertis verbis

Donec dies elucescat, iniziamo una riflessione sugli aspetti tecnici e atletici del tennistavolo, che prenderà spunto da alcuni pareri per molti versi distanti (in termini filosofici e talvolta generazionali) tra loro. Ceteris paribus, la parola, per diritto di anzianità, va a Roberto Migliarini.
Ah, naturalmente relata referimus, ça va sans dire!

Cari amici,
in questo periodo di riposo forzato è venuto il momento di esaudire la mia promessa di scrivere qualcosa per il sito. Non scrivo volentieri di temi tecnici perché dubito sulla disponibilità dell’ambiente del tennistavolo ad avviare un colloquio, a mettere in discussione idee e concezioni che piovono dall’alto della gerarchia federale.
Chi mi conosce sa esattamente come la penso, ma ce ne fosse uno che mi chiedesse i motivi alla base delle mie scelte! La qualcosa più che dispiacermi, mi sorprende.
Pratico il tennistavolo da oltre 50 anni e ho avuto modo di accumulare una vasta esperienza e le mie convinzioni iniziali sono maturate dopo un numero probante di esperimenti sul campo, effettuati come si suole dire in corpore vivi (cioè ai danni dei miei primi allievi) ma anche dopo avere tradotto tutti i libri e riviste estere più autorevoli.
Il tutto, unitamente ad una pratica quotidiana ed ininterrotta mi ha dato modo di approfondire molti temi tecnici e di correggere alcuni errori.
A chi me lo ha chiesto non ho mai negato delucidazioni, tuttavia mea sponte no!
Perché tra i tanti miei peccati non figura certamente il desiderio di apparire, di mettermi in cattedra, tanto meno la pretesa di imporre le mie visioni.

Ho sempre sostenuto l’autonomia e l’onestà intellettuale degli allenatori, il mio motto è: “Fate come vi pare ma chiedetevi sempre il perché!”
Evitate di affidarvi acriticamente all’Ipse dixit di turno! Se nei primi tempi è inevitabile l’accettazione delle tesi dei maestri, consideratele un punto di partenza e non di arrivo. Purtroppo c’è tanta passività in giro! La parola d’ordine è sempre la stessa: “Adesso si gioca così!”

I latini dicevano: Cave ab homine unius libri! (Guardati dall’uomo che ha letto un solo libro). Quando ho iniziato la mia attività cercavo disperatamente nozioni tecniche e la risposta che ottenevo da parte degli esperti era: “Che sono matto, mi creo la concorrenza in casa?!
Se vuoi imparare siediti accanto e guarda!”
Forse questa è stata la mia fortuna perché vedendo tanti gesti anche efficaci ma diversi tra di loro, sono stato costretto a ragionare su ogni colpo e a verificarne la differenza di rendimento. Quando ho avuto in seguito la possibilità di incontrare i tecnici di nazioni più progredite non ho perso l’occasione di scambiare opinioni, di assumere informazioni.
Tutto questo desiderio di capire e di conoscere anche le opinioni altrui, non lo riscontro tra le giovani leve di allenatori e mi dispiace perché questo, se non è il frutto di mera presunzione, è sicuramente sintomo di scarso interesse per il nostro sport.
Come sapete ho scritto un libro di tecnica dove ho riportato quello che io stesso avrei voluto leggere allora, al momento di intraprendere la mia attività di allenatore, riferendo anche quelle opinioni che non condividevo affatto, lasciando il giudizio ai lettori piuttosto che propagandare le mie.

Tutta questa lunga ma necessaria premessa mi serve per confutare certi pregiudizi ormai consolidati nel nostro mondo. Comincerò con l’accusa che il sottoscritto è Quello del top a braccio teso, tecnica ritenuta dai più superata.
In primo luogo si confonde la tecnica del colpo con l’uso che se ne fa.
Certamente quel gioco che abbiamo ammirato, vedendo all’opera non solo gli ungheresi campioni del mondo ma anche prestigiosi giocatori europei come Surbek, Secretin e Grubba non ha più ragione di esistere.

Il top al suo primo apparire aveva la funzione prioritaria di tirar su il taglio dei numerosi (e bravi) difensori ed ottenere tramite la massima rotazione una palla alta per la chiusura.
La qualcosa si otteneva spesso solo dopo una lunga sequenza di top, e se l’attaccante non possedeva una perfetta padronanza del colpo aveva poche possibilità di prevalere.
Col tempo il top ha acquistato velocità, così da sostituire esso stesso la schiacciata, in ciò favorito anche dai nuovi materiali.
A questo punto la risposta al top di maggiore successo è risultata il block, per altro sempre più diffuso e perfezionato. Il sottoscritto è stato il primo nel Lazio ad introdurre il top, dopo averlo visto eseguire da un tedesco al mare nella mia Grado.
I latini dicevano: Qui se ipse laudat, cito derisorem invenit (malgrado ciò concedetemi il merito di averci creduto da subito). No, non era facile prevedere che quel colpo avrebbe decretato la fine del gioco di difesa e spazzato via una pleiade di pallettari che attiravano il pubblico come il DDT le mosche.

Prima di arrivare alla tecnica del braccio teso, codificata dagli ungheresi che allora non avevo mai visto, quanti esperimenti ho dovuto fare! È stata impressionante la coincidenza che poi ho verificato tra la mia impostazione e quella codificata dai magiari nel libro del dott. Ormai. Abbracciava i minimi particolari del gesto anche i dettagli ,tipo di allenamento, stessi esercizi- Solo che io tutto questo non lo sapevo e ho dovuto valutare tutte le opzioni possibili, per poi prendere atto che il braccio disteso, supportato dalla torsione del busto e dalla spinta della gamba destra sulla sinistra produceva la massima velocità periferica della racchetta, che non voleva dire effetto soltanto ma anche velocità, semplicemente variando l’impatto sulla pallina.

In Italia allora il campione era Cossutta (di formazione slovena) ma eseguiva un top più ristretto di quello che insegnavo io, che ai tempi d’oggi avrebbero definito moderno.
A questo punto è il caso di segnalare la prima fregnaccia tuttora in voga: “una volta si giocava così” (a braccio teso)! Ma quando mai! Ricordo che l’allenatore Tiao scrisse sulla rivista federale che era sbagliato eseguire il top a braccio teso.
Purtroppo per lui la Cina perse il mondiale contro gli ungheresi ma poco male perché la notizia fu letteralmente ignorata. Sì, alcuni giocatori del nord andarono in Ungheria e abbracciarono questa tecnica, ma la quasi totalità giocava con il braccio stretto, cosicché possiamo tranquillamente affermare che allora si giocava come adesso. Solo i miei giocatori giocavano e (con i dovuti adattamenti) seguitano a giocare il top a tutto braccio.
Qualcuno certamente obietterà che non c’è più tempo per aprire il braccio ma la risposta è talmente ovvia da essere alla portata di qualunque intelligenza, anche se minima.
Che farà il giocatore che non ha il tempo (o la volontà ) di utilizzare il massimo slancio?
Lo accorcia! Chi sa fare il top lungo non ha la benché minima difficoltà ad accorciare il movimento. Non avviene invece il contrario perché l’eccessivo piegamento iniziale del braccio spinge i giocatori ad impattare la palla piena per alzare la parabola e non andare a rete.
Per di più la rotazione dell’avambraccio facilmente porta il giocatore a scucchiaiare la palla con forte riduzione della rotazione.
Vale la pena di osservare che tutti i colpi, non solo il top, sono soggetti ad essere accorciati o allungati secondo le mutevoli circostanze del gioco.

Detto questo ricordo che Glen Ost ha affermato che nella fase di apprendimento dei colpi è preferibile farli eseguire con la massima estensione, salvo poi saperli accorciare nella fase di perfezionamento.
Secondo me il top a braccio teso è morto anche perché i più non ne conoscono la tecnica Allora dove sta la scelta ? Si tratta solo, di quella che a scacchi si chiama mossa obbligata. Capisco che spesso possa capitare di non trovare la posizione o il tempo, ma se uno ci arriva perché deve rinunciare alla massima velocità e rotazione?
Ha forse fatto un voto alla Madonna?

Qualcuno dice che il top a braccio teso è difficile e comunque è per atleti. Per la verità io ci metto due sedute di allenamento al massimo per impostare il colpo (certamente a quelli portati), chi lavora con me lo ha visto.
Quanto alle doti atletiche, facciamo o non facciamo uno sport agonistico?!
Le vere difficoltà riguardano il comportamento tattico: direzionare il colpo dove l’avversario è meno piazzato; ricordarsi del principio che la palla più veloce va, più veloce ritorna (se l’altro è ben piazzato è insensato esagerare con la velocità); la cura dei colpi preliminari all’attacco (il taglio, la palla corta) così da costringere l’altro a direzionare la palla lunga in un punto dove il top-spinner è abituato a muoversi in anticipo.

Voi pensate che durante tutto questo tempo non mi sia posto il problema del block?
E nessuno si domanda come nonostante il top sbagliato siano usciti tanti giocatori? Evidentemente qualche soluzione l’ho trovata. Molti non sanno che la parola d’ordine ai miei allievi (purtroppo spesso inascoltata) è di forzare il gioco dopo l’apertura, altro che prodursi in una inutile sequenza di top!

Passiamo ora alla fregnaccia numero due: “I colpi che non servono”. Io sono sempre stato dell’idea che più colpi sai fare, meglio è.
L’indiziato numero uno è il taglio, della cui tecnica si è perso perfino il ricordo.
A dir la verità questa concezione non è neppure moderna. Ricordo che parlando con Gomotskof un giocatore russo, un mito allora per la tecnica del suo rovescio, mi disse: se uno è attaccante a che gli serve il taglio? No, non sono d’accordo allora come adesso, se si è costretti a palle inattive il taglio è sempre preferibile ad una palla “scodellata”.
Eravamo meravigliati della tecnica del top degli ungheresi ma non avete idea di quanto fosse pesante il loro taglio, frutto di allenamenti specifici estenuanti, specialmente in occasione delle risposte al servizio.
Ma anche nel nostro piccolo c’erano tanti italiani che declinavano il taglio in tutte le varianti. Non sono certo un Laudator temporis acti (Quelli che dicono: ai tempi miei come era meglio!). Ho fatto mie tutte le innovazioni che mi sembravano sensate.
A parte il top di dritto sono stato tra i primi ad introdurre il top di rovescio, che ho seminato a piene mani nel Lazio ed in tutta Italia, unitamente ai colleghi e amici della Commissione Giovanile. Questo non toglie che sia opportuno far tesoro di quelle conquiste tecniche ottenute dai pionieri che ci hanno preceduto che non devono andare perdute.
Newton diceva, se ben ricordo: “Ho potuto guardare lontano perché sono salito sulle spalle dei giganti”.

Troppo spesso accade che vengano spacciate per innovative tecniche di colpi ben noti anche agli “antichi” (per esempio la cosiddetta banana). Alla fin fine i grossi cambiamenti sono stati resi possibili dai nuovi materiali (gomme lisce sempre più veloci, idem i tavoli e le nuove palline) ma la tecnica gestuale è rimasta sostanzialmente la stessa.
Cambiato è sicuramente l’impiego dei colpi e la maggiore velocità media degli scambi (anche se taluni giocatori del passato non erano certo lenti e meno aggressivi).
Si sono affermate tecniche di servizio interessanti, che anch’io sto cercando di fare apprendere ai ragazzi, però il vecchio servizio tagliatissimo e variato torna sempre utile.

Certo il regalo che ci ha fatto l’ITTF, imponendo per motivi troppo oscuri l’uso di palline nettamente meno prestazionali di quelle di celluloide (che nel tempo avevano raggiunto la quasi perfezione) ha danneggiato gravemente il gioco di rotazione. Per la verità le marche migliori forniscono palline accettabili ma gli alti costi costringono a far giocare i ragazzini con materiale scadente.
Questo rende difficile anche l’insegnamento dei colpi.
Io per esempio ho grande difficoltà a servire una palla sufficientemente lunga per le esercitazioni del top di dritto e di rovescio.
Uno scrittore italo-americano ha identificato nella rotazione l’anima del tennistavolo e l’ITTF ha fatto di tutto per mortificare questa caratteristica, aumentando due volte il diametro e passando al materiale plastico. Qualcuno dice per limitare lo strapotere dei cinesi, qualche altro dice: “Cherchez la femme!” Certamente la scusa ufficiale è stata: ridicola! È stato detto che la decisione è stata imposta per evitare gli incendi, come se il problema della sicurezza fosse competenza di una Federazione sportiva internazionale e non dei singoli Stati, che invece sono bene attenti a fissare con legge i criteri di conservazione stoccaggio e trasporto delle merci.
Interpellai per curiosità una grossa ditta di trasporti internazionali e mi riferì che loro trasportavano anche gli esplosivi e se avessero avuto paura delle palline da ping-Pong… stavano freschi! Va da sé che l’ITTF avrebbe dovuto preoccuparsi delle caratteristiche tecniche del materiale e non di questioni non di sua competenza come la sicurezza o addirittura del maggior costo dello stoccaggio subìto dalle ditte produttrici delle palline tradizionali (che per altro non mi risulta morissero di fame).

Malgrado quanto sopra, obtorto collo mi sono adattato alle variazioni tecniche imposte dalle nuove palline nella speranza che ne vengano prodotte di migliori, ma vi confesso che la tentazione di tornare al puntinato soft c’è!
Quante volte mi sono domandato se vale ancora la pena di curare il top nei minimi particolari senza ottenere i risultati di prima. Tuttavia ho constatato che la rotazione, pur impoverita, rende sempre, tanto più che sono in molti ad aver perso la confidenza con l’effetto.

Forse per la prima volta mi sono deciso a palesare parte delle mie idee tecniche nell’intento non di cercare inutili consensi ma di informare chi non mi conosce che le mie convinzioni, giuste o sbagliate che siano, sono il frutto di lunghe riflessioni e soprattutto di continue sperimentazioni sul campo dal quale per oltre cinquant’anni non mi sono mai allontanato. Finalmente i miei contestatori avranno reali motivi di critica senza doversi inventare colpe che non ho. La mia innata indipendenza di pensiero mi ha portato spesso al contrasto con la comunis opinio, insomma da subito ho imparato a nuotare contro corrente.
Mi dicevano che avrei creato una marea di pallettari perché pretendevo un taglio efficace. Risultato? Nessun difensore, nessun pallettaro è uscito da me! Dicevano che il top era morto, ancora prima che fosse nato!
A Giontella andarono a raccontare che i bravi nei campionati del mondo, allora in svolgimento, facevano solo scambio di dritto e di rovescio, Cosa dire se non come Giulio Cesare: Fere et libenter homines id quod volunt credunt? Praticamente non credono ai loro occhi.

A conclusione di questa tediosa esposizione non posso fare a meno di esporre il mio pensiero sulla formazione dei nuovi allenatori.

D’accordo è necessario spiegare l’esecuzione dei colpi ma si trascura un fatto importante: come si fa ad indurre l’allievo a compiere quei movimenti che si vuole.
Insomma un conto è sapere tutt’altra cosa trasmettere le proprie cognizioni ad un’altra persona. Esiste tutta una serie di espedienti che dovrebbero essere a conoscenza degli aspiranti allenatori. In un certo periodo dovetti partecipare a Commissioni di esami per il passaggio al secondo livello. Nella parte teorica, quasi tutto bene ma quando si passò alla pratica, l’imbarazzo era evidente.
Di fronte alla domanda: “hai di fronte un principiante, come cominci, cosa gli fai fare?
Oppure con riferimento a singoli colpi, se incontri difficoltà a fare eseguire certi gesti come ti comporti? Sei in grado di comprendere il perché oppure preferisci rimandare ad un secondo momento? Come si imposta una corretta progressione didattica? Prima lo scambio di dritto o il taglio o lo scambio di rovescio? Quali sono le possibili conseguenze nell’iniziare in un modo o nell’altro?”
Le risposte non sono univoche e devono tenere conto del soggetto che hai davanti.
Ci si rende conto che taluni, affetti da fenomenite , iniziano con il top di rovescio?
A parte le considerazioni tecniche vi è anche da approfondire l’aspetto psicologico con l’allievo, il modo di parlare e soprattutto di far superare la paura riverenziale nei confronti del maestro (il ragazzo non si deve sentire sotto esame e assolutamente non deve scoraggiarsi di fronte ai propri errori).

Il discorso è lungo e complesso ma va fatto, e solo da parte di chi ha la pratica di svariati anni. Personalmente a chi mi ha chiesto aiuto, consigli o spiegazioni ho dato il massimo supporto perché, da amante della nostra disciplina, so che è un vero delitto non sfruttare i rari talenti che entrano in una società. Alle nuove società che si interessano dell’attività giovanile, mi permetto di dare un solo consiglio nel valutare l’eventualità di assumere un tecnico, che poi è quello di nostro Signore: “Dal frutto si vede la pianta!”.

Però il frutto da considerare non sono le vittorie in sé e per sé, che spesso dipendono da qualità insite nell’allievo (concentrazione, durezza, rapidità, intelligenza),quanto piuttosto la bellezza e l’efficacia del gesto, opera esclusiva della bravura dell’allenatore.
Insomma non vergognatevi di domandare: “Ma tu, a chi hai insegnato a giocare?”

Da ultimo non posso che condividere il rimpianto di Salvatore Caruso per l’abbandono del progetto di una Scuola Italiana che coinvolgesse la maggioranza dei tecnici, impegnati nella formazione dei giovani. Da svariati anni le linee tecniche piovono dall’alto mentre dovrebbero essere concordate con le società e i suoi allenatori.

Concludo con una frase di un tecnico nazionale francese Michel La Croix: da noi non vuole scrivere nessuno, perché così non ti critica nessuno. Beh almeno ora non ci sarà bisogno di inventare accuse fantasiose ma potrò essere criticato sulle mie reali opinioni.

P.S: (post scriptum) chiedo scusa per le citazioni latine ma fanno parte di un retaggio culturale del quale noi italiani dovremmo essere orgogliosi.

Roberto Migliarini

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