AMO COSTANZA MA SENZA SPERANZA

Armando Brasini è stato uno di quegli architetti (anzi, ingegnere) un po’ tromboni che del fascismo riuscì a cogliere solamente lo stile littorio/monumentale in voga, polemizzando per il resto con il razionalismo modernista che ispirava i capolavori della generazione di Terragni. “A fa’ il liscio sò bòni tutti” fu una sua famosa osservazione che ben descrive la sua filosofia progettuale. Come se l’architettura fosse una questione di colonne, modanature, trabeazioni, finestrelle e finestroni. Di lui ricordiamo la chiesa di Piazza Euclide, che fortunatamente non riuscì a completare con la cupola (ci basta la trama sghimbescia del pronao associata al cocktail, o come avrebbe scritto all’epoca Filippo Tommaso Marinetti polibibita, di templi greco/latini della pianta), l’ingresso del Giardino zoologico di Roma che richiama un Borromini sotto psicofarmaci, e finalmente il Ponte Flaminio, a cui diede un senso successivamente Pier Luigi Nervi con il viadotto completato a tempo record per le Olimpiadi grazie al genio del valtellinese e al suo “sistema” brevettato che ha fatto il giro del mondo. Il Ponte littorio del Flaminio, con la sua pesantezza marmorea, rimane uno degli esempi di prosopopea fascista riscattata a fatica dal lavoro dei Terragni, Nizzoli, Moretti e Piacentini, loro sì colpiti dal raggio di sole del talento.

Del Ponte Flaminio rimarrà però, in tutta la sua surreale poetica metropolitana, il ricordo della scritta che per anni faceva mostra sopra alla campata di Viale Tor di Quinto (fino al ridicolo avvento di Moccia e seguaci, che, ormai convinti di aver ereditato ius honorarium l’insolito dazibao, alternano i nomi che puntualmente precedono il melenso tre metri sopra il cielo), ovvero il platonico “Amo Costanza ma senza speranza“. Avremmo voluto mostrarvela, ma purtroppo anche Google ha deciso di contribuire allo spleen che solo alcuni ricordi sbiaditi di foto stracciate e mai più ricomposte possono evocare: di immagini d’epoca non ve n’è traccia.

Abbiamo chiesto a Lusiano Perez di contribuire al thread inagurato dalle riflessioni d’antan di Migliarini, spostando l’attenzione sul dibattito che attualmente coinvolge allenatori, preparatori atletici e tecnici dello sport in generale. Notiamo subito quelle differenze di impostazione che hanno portato gli atleti contemporanei a performance prima impensabili. Oggi la preparazione di uno sportivo viene considerata nel complesso delle sue attività, caratteristiche e comportamenti umani, suddivisa in aree di intervento ben codificate e sviluppate.

Talento, costanza, impegno e coerenza

A che serve avere talento?
Proviamo ad azzardare una definizione per quello che resta un concetto al limite del pensiero trascendentale: talento è la capacità di un individuo di esprimersi in un dato ambito attraverso abilità uniche ed eccezionali. Nello sport il talento viene preso in considerazione molto spesso riferendosi al settore giovanile, dove si parla di bambino promettente quando si incontrano quelle caratteristiche di talento psicofisico che lasciano intravedere un futuro di importanti risultati.

Il talento sportivo si esprime sostanzialmente attraverso tre categorie di fattori. C’è il talento motorio di carattere generale in presenza di una capacità di apprendimento fuori dal comune, il talento motorio sportivo, cioè l’eccezionale facilità e disponibilità a sottoporsi all’allenamento e infine il talento sportivo specifico: chi ha dei presupposti notevoli per eccellere in una data disciplina.

Ennio Flaiano nei suoi Taccuini del 1954 scriveva: “Il genio è nel carattere”.
Daniel Goleman, l’autore di Intelligenza emotiva, sostiene: “Ognuno ha in sé un Leonardo da Vinci. Solo che non lo sa, perché i suoi genitori non lo sapevano e non l’hanno trattato da Leonardo”. Ogni attitudine umana, per produrre risultati significativi, ha la necessità di essere riconosciuta, alimentata, raffinata e socializzata. Ma soprattutto ha bisogno di una motivazione intrinseca, cioè l’esigenza impellente di fare qualcosa per il semplice piacere di farla e non per ricavarne un premio o un compenso.

La motivazione intrinseca è il vero fattore determinante nella crescita del talento.
“L’unico vero requisito è che le abilità dell’esecutore siano a tal punto perfettamente adattate alle esigenze del momento, da far scomparire ogni esigenza di sé. Se l’individuo considera le sue potenzialità inferiori all’obiettivo che vuole raggiungere o se le sue capacità sono effettivamente troppo limitate, l’ansia interferisce con il processo. Nel caso in cui, invece, le caratteristiche della persona sono superiori al compito, è facile che si generi noia e indifferenza” (Prof. Emilio Esposito).
Quando le capacità dell’esecutore e il compito da eseguire sono reciprocamente all’altezza, è molto probabile che si verifichi un totale assorbimento nel compito. Solo a partire da questa condizione si potrà cominciare a parlare di talento.
Le persone di talento conservano sempre, nel loro campo di eccellenza, una sorta di freschezza infantile: la capacità di comportarsi come liberi esploratori, con tutto il mondo aperto davanti a sé. Generalmente nella mentalità di un adulto ogni azione che non lo porti direttamente alla realizzazione di un prodotto finale sembra sprecata e, pertanto, frustrante. Il bambino, invece, compie il gesto per il piacere e l’eccitazione che in lui il gesto produce.
Lo psicologo canadese Albert Bandura, noto per il suo lavoro sulla teoria dell’apprendimento sociale e per il suo impatto sulla teoria sociale cognitiva, chiama tutto ciò autoefficacia. Autoefficacia non è sinonimo di autostima: la prima è una capacità della persona, la seconda è un giudizio di valore su se stessi, che tuttalpiù può contribuire (ma può anche essere deleteria) all’autoefficacia. L’autoefficacia si raggiunge soprattutto attraverso esperienze dirette e dalla loro elaborazione cognitiva. Sorveglianza, valutazione, ricompense, competizione, eccessivo controllo, limitazione delle scelte e soprattutto pressione possono diventare i peggiori nemici per un bambino che deve sviluppare il proprio talento.

Il talento quale dono innato è stato un concetto mitizzato: ogni abilità, anche la più complessa, viene sviluppata e condotta ad esprimersi ad alti livelli in virtù di quella che chiamiamo consistency, coltivata nell’esercizio grazie agli allenamenti. Come già sosteneva Mennea: “per arrivare al traguardo ci vogliono impegno e coerenza”.

Nel lungo termine, i risultati li otterranno le persone che avranno lavorato nel tempo con pazienza, perseveranza e tenacia; a parità di lavoro chi ha da subito mostrato una particolare propensione potrà al limite aver accorciato i tempi.

C’è un termine coniato negli anni ’60, sul quale si sono concentrate molte ricerche negli ultimi dieci anni, che descrive forse più efficacemente l’elemento su cui dobbiamo lavorare per aiutare lo sviluppo delle capacità in un atleta: coping funzionale (dall’inglese to cope: affrontare, fronteggiare). Coping è l’insieme di sforzi cognitivi e comportamentali messi in atto per gestire le richieste esterne in relazione alle risorse possedute, un processo dinamico che porta a una continua rivalutazione dell’equilibrio tra ambiente circostante e individuo. Questi processi sono ciclici e cumulativi, pertanto le diverse componenti si modellano reciprocamente nel tempo e gli esiti ottenuti di volta in volta influenzano il repertorio e le risorse di coping disponibili all’individuo per negoziare le successive interazioni e situazioni. In pratica, il coping funzionale è qualcosa che si può, per capirci, allenare.
Il coping funzionale, cioè positivo, risolutivo, può essere una strategia di tipo emotivo o orientata razionalmente al problema. Creare le condizioni per far sì che l’atleta si senta libero di sperimentare e sperimentarsi radica in lui la convinzione di avere le risorse per affrontare e raggiungere i propri obiettivi. Condividere sempre, a qualunque età, pianificazione e progettazione dei cicli di crescita tecnica, fisica e mentale genera quell’orientamento al compito che si traduce con la ricerca attiva di supporti operativi, interiori ed esteriori, da parte del soggetto, che si troverà a dare il meglio di sé al fine di raccogliere le sfide e dare vita ai continui cambiamenti necessari nel suo percorso sportivo.

Un’ultima osservazione sui bambini: il fattore indispensabile affinché il talento possa essere espresso e educato è il tempo. Il tempo di sperimentazione dei bambini deve essere percepito come illimitato, affinché possano approfondire la sensazione e la capacità legate al talento e farne proprie le dimensioni emozionali ed operative. La correlazione tra i risultati di massimo livello e le prestazioni ottenute in età giovanile è in realtà estremamente bassa, spesso travisata dalla sovraesposizione di alcuni casi in qualche modo eclatanti che non tengono conto di quanti concorrenti abbiano nel frattempo colmato il gap e siano diventati altrettanto competitivi.
Anche perché lo sviluppo psicofisico di un bambino è determinato da fasi non lineari ed uniformi. Evitiamo di predire il talento prima dei 10-12 anni: i fattori in gioco sono davvero molti, e programmare una specializzazione precoce e intensiva rischia di creare squilibri, ansie ed esiti inattesi che possono portare all’abbandono non appena l’adolescente sperimenta altre gratificazioni per la sua esistenza.

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